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Proponiamo la lettura di alcune pagine

In copertina: Michele Berton
Pacco sulla luna.

1

 

Martin si ritrovò all’improvviso in un luogo sconosciuto e non aveva idea di come avesse fatto ad arrivarci. Provò a ricordare, ma per quanto frugasse nella memoria, non trovò il minimo appiglio. L’unico ricordo era una corsa lungo l’Hudson River fino a Battery Park, dove si era seduto a riposare su una panchina, ma non era certo la stessa su cui si trovava adesso; non c’era la statua della libertà in vista e nessun fiume.

Soprattutto non c’era il caos del traffico, la confusione; era come se all’improvviso ogni rumore fosse cessato.  Si trovava, adesso, in una specie di parco, non molto vasto ma ben curato, un prato verde contornato da una fila di grandi tigli che diffondevano nell’aria un profumo intenso.

Dalla parte opposta c’erano dei bambini che si rincorrevano sull’erba e, poco distante, all’ombra di un albero più grande, c’era un chiosco dove alcune persone stavano sedute a conversare tranquillamente.

Poi, come non bastasse, si accorse di non avere le scarpe; non ricordava di essersele tolte e non riusciva a capire come avesse potuto perderle. “Come si fa a perdere le scarpe?” si chiese, poi guardò intorno provando a cercarle, ma non le vide e questo contribuì ad aumentare l’ambiguità di quella situazione.

Poteva essere un sogno? Stava sognando? No! Non era un sogno, oppure, se lo era, era talmente reale che non aveva memoria di qualcosa del genere.

C’era nell’aria un’atmosfera particolare, un senso inconsueto di pace. La temperatura era mite e il cielo sopra le chiome degli alberi era limpido, luminoso, segnato da rare nuvole bianchissime.

Quel silenzio gli ricordava la sua infanzia; la Svizzera, laghi e valli dove trascorreva le vacanze estive, ma quella non era la Svizzera e tanto meno una valle di montagna. Sembrava una piccola cittadina di provincia messicana, addormentata nel pomeriggio, gli unici rumori che udiva erano le voci gioiose dei bambini e il cinguettio degli uccelli occultati  tra le foglie degli alberi.

In quella pace il senso di oppressione che l’aveva accompagnato ultimamente sembrava magicamente scomparso.

Abbandonò l’idea che fosse un sogno e iniziò a pensare che si trattasse di un’amnesia “aveva ricevuto un colpo in testa da un ladro che, probabilmente, non gli aveva rubato solo le scarpe”. Si frugò in tasca per verificare; nel portafogli c’erano ancora i soldi e i suoi documenti, dei quali si ricordava perfettamente. Si ricordava di tutto adesso, tranne che di quel luogo. Dunque? Se non credeva a un sogno, ancor meno era accettabile un’amnesia, e l’idea che qualcuno gli avesse rubato le scarpe, e solo quelle, era totalmente insensata.

Pensò e ripensò, ma nulla lo conduceva a quella situazione. C’erano un prima e un adesso, ma gli apparivano così distanti da non trovare tra di essi nessun collegamento.


Martin aveva vissuto buona parte della sua vita come se tutto fosse semplice, come fosse un gioco. La sua era una famiglia di livello economico elevato, il padre era consulente di alcune importanti multinazionali e guadagnava molto. Era figlio unico e i genitori lo avevano sempre protetto e assecondato in tutto. La madre dirigeva una rivista di moda, ma non si era mai fatta mancare il tempo per prendersi cura del figlio.

Era nato fortunato, tuttavia era sorta in lui una insoddisfazione di fondo, un qualcosa che lo faceva sentire come se fosse sempre nel posto sbagliato. All’inizio era convinto che tutto questo dipendesse dall’America: lui era nato in Svizzera, la madre era svizzera, di Lucerna; aveva vissuto là i primi anni di vita e continuò a tornarci durante l’estate per molti anni. Pensava fosse quella la ragione del suo disagio: era affezionato alla Svizzera e l’America non gli piaceva.

Aveva finito gli studi laureandosi in Biologia, era ossessionato dal più grande di tutti i misteri: la vita.  Ma scoprì ben presto che lo studio di quella materia non serviva per rispondere ai suoi dubbi, alle sue curiosità. Riflessioni che gli impedivano di radicarsi nella vita quotidiana e di goderne, come sarebbe stato normale per un ragazzo della sua età cui non mancava praticamente nulla. Fu così che decise di trasferirsi a New York attratto da quel vivere intenso, pieno di energia, determinato a lasciarsi andare, ad immergersi nella vita, più che a studiarla, ma tutto si rivelò vano, con l’unico risultato di farlo sentire sempre più isolato e fuori dal mondo.

L’unica cosa che lo appassionava era scrivere; anche se non gli permetteva di trovare delle risposte, scrivere l’aiutava a dare un ordine e un senso ai pensieri, era una specie di frugarsi dentro, come cercasse in sé una risposta e gli sembrava a volte di intuire un’eco in lontananza. Fu così che con l’aiuto della madre, la quale aveva molte conoscenze nel campo editoriale, iniziò a lavorare in un giornale.

Considerando che la biologia non era un argomento di grande attualità e che lui non aveva esperienza alcuna, lo lasciarono inizialmente libero di scrivere quel che voleva e lui ne approfittò per esprimere, liberamente, le sue emozioni e la sua visione del mondo, o forse sarebbe meglio dire le sue fantasie. Lo faceva come si trattasse di brevi racconti, che non erano molto considerati, tuttavia, ogni tanto, trovavano spazio nella pagina culturale.

Fu in quell’ambiente, che incontrò Melania. Lei sembrava molto attenta e interessata a ciò che lui scriveva, era incuriosita dagli argomenti che trattava e soprattutto da come li trattava, da quel suo porre domande che avevano l’obiettivo preciso di stimolare delle riflessioni. Lo seguiva con entusiasmo e un giorno glielo disse.

– Grazie, rispose lui, sembri essere l’unica ad apprezzarli.

– Dici?

– Sì, penso che li pubblichino più per una specie di rispetto nei confronti della mia famiglia che per un reale interesse; le persone sono più interessate alle distrazioni che alle riflessioni, non credi?

– Oh, non tutti.

– E cosa te lo fa pensare?

– Beh, non sei l’unico a vedere le contraddizioni di questo mondo, sei solo nella redazione sbagliata, qui non interessa e hai ragione; se non fosse per la tua famiglia, ti avrebbero già licenziato.

 

Per Martin non fu difficile sentirsi attratto da quella ragazza che sembrava capirlo e provò per lei un interesse che gli era sconosciuto. Iniziarono a frequentarsi, tuttavia, Melania, c’era e non c’era; a volte la sentiva vicina e presente, poi all’improvviso sembrava sparire nel nulla, come se ci fosse in lei qualcosa che la portava via, un mistero che aveva l’unica conseguenza di renderla ancora più affascinante.

“Chissà, forse siamo tutti così”, pensò fra sé, come volesse giustificarla, “a volte ci siamo a volte non ci siamo”. Il fatto era che lui, Melania, l’avrebbe voluta sempre; stare con lei lo faceva sentire bene, acquietava quel senso di estraneità al mondo che iniziava a pesargli. Non gli mancavano certo le ragazze, era lui che le aveva sempre eluse, non trovando in nessuna lo stimolo per una relazione approfondita e adesso che si era finalmente deciso non sapeva come comportarsi, come reagire. Provò ad accettare la situazione così com’era, a farsela bastare, ma non ebbe nemmeno il tempo di adeguarsi. Melania scomparve improvvisamente senza lasciare nessuna traccia.

Martin non se lo aspettava, non era preparato. Si era affezionato a quella ragazza e adesso gli mancava. Era rimasto deluso, si era fidato di lei e se ne era innamorato. Era la delusione che gli creava il maggior disagio, non riusciva a capire perché Melania fosse scomparsa in quel modo senza nemmeno salutarlo. La delusione creò in lui un malessere che, aggiunto al resto, divenne insopportabile.

 

Fu così che pensando fosse una soluzione, per quello e per altro, accettò l’invito di un collega. Avevano pranzato assieme, l’amico gli confidò che era in partenza per la Siria e la cosa che più gli scocciava era andare da solo. Martin pensò di accompagnarlo, lo decise così, senza riflettere, senza mettere nel conto che da quelle parti c’era una guerra, o meglio, senza avere un’idea reale di cosa significasse.

Certo, la conosceva la parola “guerra”, aveva studiato la storia e la storia è soprattutto una storia di guerre, ma non si era mai accorto che quelle “vicende” erano accadute veramente, non ci aveva pensato che la storia non era “una storia” ma cronaca.

Non si era mai accorto che ciò che gli capitava di vedere non sempre era un film, una fiction. Era talmente abituato a quelle immagini che si mescolavano l’un l’altra, a vederle fin da bambino, che il loro senso reale gli era sfuggito, e non ci pensava che, a volte, quelle cose stavano accadendo veramente, che c’era qualcuno là, da qualche parte, che stava veramente morendo, massacrato.

 

All’inizio ebbe, infatti, l’impressione di essere sul set di un film: l’albergo in cui alloggiavano era di alta qualità, non mancava nulla, ed era pieno di registi, telecamere, operatori, cronisti … C’era un via vai continuo, caotico, e allo stesso tempo tutto pareva avere un senso, una logica, un fine preciso, ma non ebbe il tempo di entrare in scena.

Una notte fu svegliato da un rombo infuocato e si ritrovò di colpo all’inferno. Sentiva il calore delle fiamme, c’era nel muro della sua stanza uno squarcio e dall’altra parte tutto bruciava e ciò che occupava gran parte dei suoi pensieri evaporò completamente, lasciando il posto al vuoto.

Il suo amico, che dormiva di là, era stato colpito in pieno e ridotto a brandelli. Guardava i suoi colleghi che, per quanto scossi, lavoravano.

“Come fanno” pensava, ma evidentemente lui non era fatto della stessa pasta, in fondo, non era nemmeno un vero giornalista, si era improvvisato reporter perché in quel momento gli appariva come una soluzione al suo malessere, tanto per far passare il tempo. Anche il suo direttore lo sapeva e quando chiamò al giornale, gli dissero di tornare immediatamente, ma non ce n’era bisogno, l’aveva capito da solo.

Nei giorni seguenti c’era, in redazione, un clima mesto, lui era al centro dell’attenzione e questo non faceva altro che aumentare il suo disagio, anche se tutti cercavano di mostrargli comprensione e affetto. Anche Melania si era rifatta viva, ma tutto ormai era cambiato.

Sua madre lo aveva chiamato diverse volte, ma lui non si sentiva di andare a casa, preferì la solitudine. Si chiuse in se stesso tentando di fuggire, ma tutto quell’orrore lo seguì, se lo portò appresso, ancora più forte e più presente: un sottofondo di desolazione.

Fu quella desolazione a risvegliare in lui ciò che fino a quel momento era rimasto pressoché latente: si accorse all’improvviso che la parola “guerra” era la spina dorsale della storia, un monumento perenne all’imbecillità umana. E tutto questo continuava e gli appariva folle, si guardava intorno con stupore e si vergognava, come se la sua situazione di privilegio fosse una colpa. Avrebbe voluto fare qualcosa, ma ogni cosa gli appariva come una goccia nel mare, evocando in lui un senso di impotenza che lo opprimeva.

 

E adesso? Cosa faceva lì seduto, senza scarpe, in un luogo sconosciuto? Rifece il giro delle possibilità e si accorse che ne aveva dimenticata una: “Sono morto” pensò fra sé e sé. “Dunque è così quando si muore?” Si ricordò di un film che aveva visto, dove il protagonista era morto e non lo sapeva, ma anche questa possibilità non era molto convincente. Non poteva immaginare di essere morto così, improvvisamente, senza un motivo. Gli sembrava inverosimile essere scampato alle bombe per morire seduto su una panchina. E se invece non fosse scampato alle bombe? Se fosse stato lui a morire là, in quella stanza? Abbandonò quel pensiero. Il ricordo del suo ritorno era nitido, non lasciava dubbi. Non era morto in Siria, di questo era certo, ma era anche certo che basta poco per morire. Smise di pensarci, decise che c’era una sola cosa da fare, aspettare; se era un sogno si sarebbe svegliato prima o poi e se non lo era avrebbe avuto in ogni caso una risposta.

 

Ai margini di quel piccolo parco, proprio alle sue spalle, si intravedevano delle costruzioni curiose, inconsuete, variamente colorate, tuttavia belle e in armonia con l’ambiente circostante. Erano  schierate una di fianco all’altra e, nascoste un po’ dagli alberi, notò ampie vetrate, dietro le quali apparivano degli oggetti esposti. Si trattava indubbiamente di negozi e si accorse che uno di questi esponeva scarpe; non gli piaceva l’idea di restare scalzo e pensò di comprarne un paio. L’unico problema era che si sentiva un po’ a disagio ad entrare in quel bellissimo negozio a piedi nudi, ma non aveva alternative.

Dentro non c’era nessuno, solo scarpe ben esposte, di vari modelli; assai strane a dire il vero, uno stile molto originale. Ne scorse un paio che, a parte il colore, gli piacevano. Avrebbe voluto provarle, ma aveva i piedi sporchi e non gli sembrava corretto. Le cercò della sua misura e decise che, in ogni caso, sarebbero andate bene; in fondo si trattava di una soluzione provvisoria, di ricoprire provvisoriamente i piedi. Era soddisfatto di quella decisione: le scarpe nuove ai piedi e le vecchie avrebbe detto che erano nella scatola. Si avviò dunque verso una cassa per pagarle, guardò in lungo e in largo ma non trovò nulla, cercò qualcuno cui rivolgersi ma non vide nessuno. Poi scorse un uomo, un distinto signore, che stava entrando e pensò fosse il proprietario, o il responsabile del negozio che si era allontanato un attimo e adesso rientrava ma, osservandone il comportamento, si accorse che era un cliente come lui e che era entrato solo per comprarsi un paio di scarpe.  In ogni caso si avvicinò per chiedere:

–   Scusi, mi sa dire come si fa per pagare? Qui non c’è nessuno, non trovo le casse.  

–  Le casse? Rispose l’uomo con un’espressione interrogativa. Poi come se avesse un’improvvisa illuminazione proseguì. Ah, capisco… tu non sei di qui vero? Vieni da fuori?

Il ragazzo, a quella domanda, avrebbe voluto aggiungere che non solo non era di lì, non sapeva nemmeno come ci fosse arrivato lì, ma si limitò a dire:

–  No! Vengo da New York

L’uomo lo guardò con una espressione amichevole, compiaciuta, come se si aspettasse quella risposta. Guardò la scatola che Martin teneva in mano e sorrise. Poi cercò in quel ragazzo apparso dal nulla improbabili indizi, avrebbe voluto dirgli: “Sei tu vero? Lo sapevo che ci saremmo ritrovati”.  Ma vide che Martin era già abbastanza frastornato e non era certo il caso di aggiungere elementi che potevano solo aumentargli il disagio. Si limitò dunque a chiedere:

–   È la prima volta che vieni qui? Ben sapendo che era una domanda senza senso, di quelle che si fanno tanto per prendere tempo.

–  Sì! Rispose Martin, che nel frattempo, fra le varie ipotesi, aveva dato maggiore credibilità all’idea di essere morto. Ma quell’uomo gli aveva chiesto se era la prima volta e questo lo mandò in confusione. Non capiva la domanda. “Certo che era la prima volta e come poteva essere la seconda, forse che si muore due volte?” L’uomo lo guardò con un sorriso che aveva tutta l’aria di essere introduttivo ad una spiegazione chiara ed esauriente poi, sempre sorridendo benevolmente, lo invitò ad uscire indicandogli la porta.

–  E le scarpe? Chiese Martin.

–  Oh… non ti preoccupare. Ecco, dammi le vecchie che le buttiamo.

– Non le ho le vecchie, mi sono appisolato un attimo e me le hanno rubate.

– Rubate? Esclamò l’uomo. Beh, buttiamo almeno la scatola, disse, con il sorriso di chi sa qualcosa che gli altri non sanno.

Poi accompagnò Martin in quello che aveva, vagamente, l’aria di un bar e lo invitò ad accomodarsi. Ti va un caffè? 

–  Sì, grazie! Rispose Martin che a quel punto avrebbe detto sì a qualunque cosa, se era la chiave per una spiegazione.

–  Dunque, chiese l’uomo che era tornato con due tazzine e gli si era seduto davanti, mi hai detto che vieni da New York e con cosa sei arrivato? Provò a chiedere tanto per capire cosa ricordasse. Poi notando l’imbarazzo di Martin assunse un tono ancora più amichevole e aggiunse:

– Non lo sai vero?

–  No!

– Capisco, rispose l’uomo che, vedendolo disorientato, desiderava tranquillizzarlo.

– Cosa capisci? Chiese Martin, lasciando trapelare una certa ansia. L’uomo si fece serio. Poi, cercando di rassicurarlo aggiunse:

– Nulla di grave, e visto che Martin non si stava per niente tranquillizzando, concluse: adesso ti spiego tutto, mi sai dire in che anno siamo?

– Certo, siamo nel 2015, rispose Martin, sorpreso da quella domanda, ma allo stesso tempo confortato dal sentire che quell’uomo era in grado di dargli una spiegazione.

L’uomo lo guardò ed ebbe un attimo di indecisione; si rese conto che a Martin non era stato detto nulla, o forse se lo era dimenticato nel passaggio. Pensò che avrebbe potuto girarci attorno ancora un altro po’e prendere tempo continuando a fare domande scontate o prive di senso, ma a che sarebbe servito? A nulla. Così decise di andare subito al punto.

 

–  Diciamo che hai superato una barriera.

–  Barriera? Rispose Martin stupito, visto che non trovava in quella risposta nulla che lo conducesse ad una delle ipotesi che si era fatto girare e rigirare in testa.

–  Sì, una barriera! Disse l’uomo. Poi, sperando di essere più convincente, aggiunse. Una barriera temporale! Un salto di 383 anni, per essere precisi. Poi, per non farlo sentire troppo strano, aggiunse: ogni tanto succede e la cosa originale è che arrivano tutti senza scarpe.

“Eh no! Questa non la bevo” pensò Martin. Quella risposta era talmente inverosimile che lui, infatti, non l’aveva nemmeno immaginata, tuttavia sentiva nel comportamento di quell’uomo qualcosa di famigliare e questo gli procurava una certa tranquillità di fondo: sembrava che  sapesse tutto e quella era in quel momento la cosa che più gli importava.

–  E adesso cosa intendi fare? Chiese l’uomo, cercando in tutti i modi di metterlo a suo agio. Vuoi tornare indietro?

– Indietro? Rispose Martin. E come potrei? Poi, pensò di dirgli di sì, che voleva tornare indietro. “Voglio proprio vedere come fai a portarmi indietro” pensò fra sé. Ma la curiosità lo spinse a continuare, a stare al gioco. Ultimamente la vita gli era assai monotona e questa “cosa” che gli stava capitando, qualunque cosa fosse, era decisamente preferibile e se era uno scherzo poteva essere divertente.

– Pensaci bene, continuò l’uomo che non riusciva a capire come mai Martin non ricordasse nulla ed era un po’ preoccupato. Non hai parenti di là? Amici? Qualcuno che potrebbe preoccuparsi per la tua assenza? Magari ti stanno cercando. Martin ci pensò un attimo; sì, aveva degli amici, ma non così intimi da sentire la sua mancanza. L’unica che l’avrebbe cercato e si sarebbe preoccupata era sua madre; gli sarebbe dispiaciuto metterla in ansia, ma non capiva quale fosse il problema, tutta quella messa in scena non poteva certo durare a lungo. Guardò l’uomo; gli sembrava sincero e sinceramente preoccupato per lui. “Che storia”, continuò fra sé. “È un sogno, sono certo che, se non è uno scherzo, è un sogno, ma non ho voglia di svegliarmi, non adesso” Poi, avendo preso gusto alla vicenda, rispose deciso:

–  Va bene, corro il rischio.

– Benissimo! disse l’altro con un tono di approvazione. Sto andando a pranzo, puoi venire con me se vuoi.

Martin acconsentì, non che avesse fame ma voleva seguirlo, non aveva molte alternative. Inoltre la parola “pranzo” gli sembrò rassicurante, lo riportava ad un senso di realtà che era assai sfumato.

– Grazie, sei molto gentile ad invitarmi a pranzo, ma vorrei capire come funziona qui, se devo starci per un po’ di tempo. Chiese Martin curioso di vedere come tutta la storia fosse stata escogitata. Come posso pagare, io ho solo dollari; sono ancora in circolazione?

–  No! Rispose l’uomo con un tono divertito, e vedendo Martin sempre più curioso continuò. Di questo non ti devi minimamente preoccupare, avrai tutto quello che ti serve. E, vedendo che Martin non capiva, l’uomo divenne sempre più gentile e aggiunse: Vedi, qui siamo nel 2398, puoi credermi se ti dico che sono cambiate molte cose rispetto al 2015. Non solo la tua moneta non è più in circolazione, ma non circola più nessuna moneta. L’unica cosa che abbiamo è la carta dei meriti. Una specie di carta di credito, ma non la usiamo per il ristorante o le scarpe, qui è tutto gratis.

“Interessante” Pensò Martin soddisfatto di come la storia era stata concepita e vedendo che l’uomo si comportava in modo sempre più amichevole, si sentì sempre più a suo agio e cosi pensò di presentarsi.

–  Io mi chiamo Martin.

–  Daniel, rispose l’altro.

Martin era curioso di vedere come sarebbe andata a finire, non riusciva a immaginare per quale motivo qualcuno doveva fargli un simile scherzo: forse qualche collega o un amico lo avevano coinvolto in una trasmissione televisiva, quelle dove riprendono tutto con le telecamere nascoste. Spinto da questo pensiero continuò a fare domande, nella certezza che a furia di domandare l’uomo sarebbe entrato in contraddizione e la verità sarebbe emersa.

–  Ma com’è questo mondo? È una copia del mio, esattamente uguale e spostato avanti nel tempo?

–  No! Da quello che sappiamo ci sono delle differenze. Molte cose coincidono, soprattutto i grandi eventi.  Non è certo per caso se contiamo gli anni come voi. Abbiamo avuto anche noi un 2015 dopo Cristo, giacché anche noi abbiamo avuto un Cristo, l’abbiamo avuto esattamente 383 anni prima ed esattamente come voi l’abbiamo inchiodato a una croce.

– Ma… lo stesso? La stessa persona?

–  Questo non lo sappiamo. C’è però una cosa che posso dirti: negli anni 2000, dal 2010 in poi c’è stata una grande svolta. C’è stato un momento di grande crisi economica, di conseguenza si sono verificati notevoli disordini sociali. Guerre, terrorismo, enormi spostamenti di persone. Interi popoli fuggivano dalla guerra e dalla miseria.


–  Sì, è così, anche adesso è così, rispose Martin, molto attento a quelle parole. Ma non mi pare una novità non credi? Tutta la storia dell’umanità è così, almeno la storia del mio mondo.

– Sì, tutto coincide, fino a quegli anni corrisponde quasi perfettamente, ma poi…

–  Ma poi cosa? Chiese Martin particolarmente incuriosito da quella affermazione.

– Poi è successo qualcosa che ha cambiato la storia, ma di questo parleremo un’altra volta.

 

Martin, avrebbe voluto ribattere, quel brusco ritirarsi gli confermò l’ipotesi dello scherzo. “Mi spiegherai dopo vero? Voglio proprio vedere”.

Daniel lo invitò a salire su una specie di automobile che poi partì silenziosa verso la periferia della città.

–  È tua? Chiese, cercando di capire cosa fosse quel mezzo mai visto e molto sofisticato.

–  No, è di tutti. Rispose Daniel. Quando ti serve un automezzo, lo prendi.

Martin pensò che quella farsa era stata costruita proprio bene, da veri professionisti, e quell’uomo era veramente un bravo attore; nulla, nessun gesto che lo tradisse. Lo stava osservando attentamente, ma nulla che confermasse i suoi dubbi. Così decise che il gioco era bello ma non aveva più voglia di continuare.

– Senti Daniel, devo complimentarmi con te e con chi ha avuto questa brillante idea; davvero straordinaria, questa macchina poi, un vero gioiello, dove l’avete pescata?

– Pensi che sia uno scherzo? Gli rispose l’uomo che non aveva per nulla l’aria di un buontempone.  C’è qualcosa che potrei fare per convincerti? Poi fece salire l’auto, che fino a quel momento viaggiava a pochi centimetri dalla strada, di circa un metro, la fermò a mezz’aria e con un tono molto serio disse: Mi spiace Martin, ma non c’è nessuno scherzo, a meno che non si convenga che tutto in questo universo non è altro che uno scherzo. E ti assicuro che non è un’ipotesi da scartare, ma per il momento possiamo solo dire che tutto è un mistero, ecco questo sì, e quello che ti sta capitando adesso è, in fondo, una piccola cosa.  Talmente piccola che con un po’ di pazienza si può persino spiegare.

 

Martin non sapeva più che dire o che pensare, si sentì come un animale che caduto in trappola si sbatte di qua e di là in cerca di una soluzione e non trovandola non gli resta altro che la resa. A lui, in fondo, non era andata male, Daniel gli sembrava più un amico che un carceriere, inoltre continuava a percepire la sensazione che ci fosse in lui qualcosa di famigliare. Cercò di osservarlo con più attenzione, ciò che lo stupì maggiormente fu che Daniel sembrava non avere un’età precisa. Poteva essere coetaneo di suo padre, ma c’erano in lui dei tratti indefiniti.  Così gli venne spontaneo chiedergli quanti anni avesse.

Oh… molti, quand’ero giovane c’erano ancora grossi problemi. Rispose Daniel restando nel vago. Per anni l’inquinamento è stato il problema principale, ora va meglio, continuiamo a trovare plastica in giro, seppellita, ma l’aria e l’acqua sono state depurate. Vedi quei bambini?  Disse, indicando il fiume che scorreva a lato. Giocano nell’acqua, ma se hanno sete la possono bere. Ai miei tempi non era certo possibile.

           

 

2

 

Poco dopo arrivarono in un piccolo borgo formato da case similari, sistemate tra gli alberi e unite tra loro in quella che pareva un’unica struttura. La cosa che maggiormente lo colpì fu l’accoglienza. Venne ricevuto come se lo attendessero, in un’atmosfera di amicizia e di affetto che lo fece sentire bene. Ebbe la sensazione che la vita comunitaria fosse per quella gente una condizione naturale. Pranzò assieme ad alcuni di loro, in un clima gioioso e sereno. Non gli chiesero nulla, ma lui sentiva che la sua presenza non era per loro una sorpresa.

Il pranzo e la cena erano, normalmente, un momento di incontro e di scambio vissuto collettivamente e Martin era indubbiamente, in quell’occasione, l’ospite d’onore, tutti sapevano di lui, della sua provenienza, ed erano curiosi di conoscerlo. Martin era curioso più di loro, giacché per lui tutto era nuovo, tutto era il futuro. E così scoprì, mettendo insieme vari discorsi, un po’ dall’uno e un po’ dall’altro, che il mondo intero era unito in un’unica nazione, un’unica comunità.

Difficile da credere, persino da immaginare. Non aveva capito bene, ma per il momento poco gli importava. Si chiese soltanto come avessero fatto, com’era stato possibile un simile cambiamento. Era quello dunque il futuro della terra?

Poi, Daniel, l’accompagnò in uno spazio riservato agli ospiti dicendogli che poteva riposarsi un po’ se voleva e che si sarebbero risentiti più tardi. Martin acconsentì con piacere, non tanto perché fosse stanco, almeno fisicamente, ma sentiva la necessità di stare da solo. Tutto questo, che gli stava capitando così inaspettatamente, era straordinario, ma era anche, per la sua intensità, un’esperienza stressante e dunque accolse con piacere quella proposta.

L’alloggio era rilassante, gradevole. L’arredamento e i colori trasmettevano una sensazione di calore e pace. Tuttavia, una volta solo, alcune domande riaffiorarono nella sua mente, come se nel frattempo fossero rimaste in attesa del momento giusto per catturare di nuovo la sua attenzione. “Che ci faccio qui, che mi sta succedendo?” Si chiese.

C’era in lui un miscuglio di emozioni contrastanti e non poteva negare un sottofondo di timore, anche se non sapeva bene di cosa. Cosa c’era di pauroso? Niente! Se non il mistero, l’ignoto. Sì, era l’impossibilità di dare a tutto questo un senso, una spiegazione logica, che un po’ lo turbava. Ma cosa aveva da perdere? Nulla. C’era inoltre, quasi a confortarlo, un ricordo tenue, lontano, come se non fosse la prima volta che capitava lì, in quel luogo.

Intanto, come rispondesse a un suo desiderio, la stanza venne avvolta da un sottofondo musicale. Ascoltare musica, quand’era a casa, era una consuetudine e si chiese come facessero a saperlo visto che lui non ne aveva parlato.  Era un brano che non conosceva, tuttavia talmente armonioso e riposante che si assopì.

 

Si era risvegliato da poco quando Daniel gli bussò alla porta e si fermò con lui. Martin ne approfittò per rivolgergli una domanda che gli girava in testa.

– Mi sembra, chiese con una certa titubanza, che abbiate risolto ogni tipo di problema e mi chiedo se siete felici; tutti, tutti felici.

–  Felici? È una domanda difficile, rispose Daniel, come potrai vedere non abbiamo più preoccupazioni di tipo materiale: le malattie si può dire che non esistano più, anche gli incidenti sono pressoché spariti, comprese le calamità naturali; non costruiamo case ai piedi dei vulcani o in zone sismiche e in ogni caso tutte le nostre abitazioni sono sicure. Tuttavia non c’è nulla che possa dare una soddisfazione completa e questo in un certo senso è un bene, ci ha spinto a provare delle esigenze nuove, ci spinge oltre.

–  Oltre? Dove oltre?

Aspetta, non vorrei essermi spiegato male, non sto dicendo che siamo infelici, non è questo. Ma l’insoddisfazione fa parte della natura umana ed è la cosa che ci spinge a cercare, a migliorare.

– È vero, rispose Martin, riconoscendo in quelle parole se stesso, la sua esperienza. È proprio così, anche nel mio mondo esistono persone cui non manca nulla, tuttavia, aggiunse, non sono felici. Ma allora, continuò con il tono di chi pone una domanda basilare, non ci sarà mai una felicità vera, totale?

Io penso di sì Martin, la mente umana ha il potere di realizzare qualsiasi cosa, dunque, non c’è motivo perché non possa creare le condizioni per una felicità assoluta, ma io non sono la persona giusta per risponderti, forse qualcun altro ti risponderà, oppure lo comprenderai da solo. Non tutto si spiega con le parole. Posso solo dirti che quando l’insoddisfazione è accompagnata da saggezza è un bene. Certo, se non c’è saggezza è una disgrazia, per sé e per gli altri, giacché spinge a cercare nella direzione sbagliata; è questa la differenza.

– Sbagliata? E cosa potrebbe succedere di sbagliato?

– È molto semplice Martin: l’esperienza dell’avere sfocia facilmente nell’avidità, nel volere sempre di più e anche in questo mondo non si può avere tutto, ma questo noi lo sappiamo, Martin, e allora viene naturale cambiare direzione.

 

Martin restò molto colpito da quelle parole così semplici e così vere; ci pensò un attimo poi convenne che era proprio così. Era l’insoddisfazione che spingeva la gente a “fare”, ma spesso era la risposta istintiva a un falso bisogno e dunque un buco senza fondo, senza soluzione.

Ripensò alla storia, a milioni di essere umani massacrati, per la bizzarria di qualcuno, per un capriccio, un’ambizione.

I “grandi” della storia gli apparivano adesso come grandi macellai, assassini istituzionalizzati, ladri, rapinatori, usurpatori. Gente che aveva preso con la forza ciò che voleva, devastando senza pietà tutto ciò che l’ostacolava. Pensò al suo paese, un paese che non amava: l’America. Un intero popolo di nativi americani sterminato e tutto questo era avvenuto con naturalezza, come fosse normale, con l’approvazione unanime della morale comune.

Ma era la storia; tutta la storia fin dalle origini non era altro che un orrore e non era finita, stava accadendo ancora. Così, quel malessere che sentiva dentro e che pareva immotivato, assunse un volto. Il contrasto fra i due mondi era smisurato. “È per questo che sono qui?” Si chiese. ”E perché proprio io?”

 

Il giorno dopo, quando si svegliò, ci mise un po’ di tempo ad orientarsi, aveva dormito profondamente, come non faceva da tanto tempo e aveva fatto un sogno; sognò di volare, un sogno che non faceva spesso ma che gli lasciava sempre, quando accadeva, una sensazione di leggerezza. Si sentiva bene, pieno di energia e di entusiasmo, avrebbe voluto porre a Daniel altre domande, ma immaginava la risposta: c’era intorno a lui un mondo intero da esplorare e non poteva certo essere riassunto in poche parole. Era eccitato e non sapeva dove cominciare, così chiese a Daniel se poteva accompagnarlo un po’ in giro nei dintorni.

–  Mi dispiace Martin, rispose lui, sono impegnato in questi giorni, ma puoi andare da solo, sei libero di fare tutto quello che vuoi. Puoi prendere un’auto e andare.

–  Un’auto? E come si guida? Chiese stimolato da quell’idea.

–  Oh, è molto semplice, tu come manovri le gambe e le braccia?

–  Uguale?  Chiese stupefatto.

–  Sì, non devi fare nulla, basta che tu ti sieda e l’auto si collega al tuo pensiero.

Era indeciso, aveva una gran voglia di mettersi in viaggio ma allo stesso tempo aveva qualche timore a inserirsi da solo in un ambiente che non conosceva.

–  E se mi ferma qualcuno? Chiese.

– E chi ti dovrebbe fermare?

 – La polizia. Che faccio? Do i miei documenti?

–  Beh, saresti molto avvantaggiato rispetto a tutti noi, tu almeno hai dei documenti, ma puoi stare tranquillo per questo, non ti fermerà nessuno, soprattutto la polizia, non c’è nessun poliziotto da oltre un secolo ormai.

– Potrebbe succedere, continuò il ragazzo, che mi metta a parlare con qualcuno com’è successo con te. Come mi presento? Piacere, mi chiamo Martin e vengo dal 2015?

–  È meglio di no. La curiosità è una caratteristica ancora presente nella razza umana, se vuoi essere al centro dell’attenzione di tutto il pianeta puoi farlo, ma io non te lo consiglio.

–  Fammi capire, chiese Martin, ma succede spesso?

 – Cosa?

– Che qualcuno arrivi qui dal passato?

–  Non saprei, tu sei il primo che io vedo.  E a parte la gente del mio villaggio nessuno sa nulla di te.

  Ma, mi avevi detto… sai, le scarpe… mi avevi detto che arrivano tutti senza scarpe.

–  Sì!  Hai ragione, ecco … non farci caso. Ero un po’ confuso, non sapevo come accoglierti, da che parte iniziare, e mi sembrava un modo per rassicurarti. In realtà, che io sappia, tu sei l’unico che viene dal passato. Dal futuro, ogni tanto qualcuno è arrivato, ma non so se aveva le scarpe.

–  Dal futuro? Stava per chiedere com’è il futuro, ma s’accorse che l’aveva già un futuro e per il momento gli bastava. Chiese solo: succede spesso?

–  No! Succede molto raramente, d’altra parte anche nel tuo mondo è successo, non credi?

–  Nel mio mondo? Non mi pare, non che io sappia almeno. Non ne ho mai sentito parlare.

–  Davvero? Rispose Daniel con quel tono che pareva ormai una sua caratteristica, a metà tra l’imperativo e l’esclamativo.


Martin iniziò a sospettare che gli fossero sfuggite diverse cose.

–  Pensaci, Martin, pensaci con calma e ti accorgerai che ci sono nella storia degli episodi, dei personaggi,  difficili da collocare.
Martin ci pensò un po’ e qualche idea gli venne, era proprio così;  c’erano nella storia dei personaggi,  difficili da collocare, sembravano fuori luogo o meglio fuori tempo, non corrispondevano a ciò che stava loro intorno, come un’oasi verde o una sorgente di acqua limpida che appare all’improvviso nel deserto.

 

Decise di muoversi, fece colazione con Daniel e sua moglie, Lavinia, poi prese un’auto verde e pieno di entusiasmo si avviò. 

Dopo un primo momento di smarrimento, l’emozione di stare su quel velivolo lo fece sentire come un uccello che salta dal nido e vola via.

Il borgo abitato da Daniel era situato sul fianco di una piccola valle. Martin, imboccata la strada che scorreva lungo il fiume, girò a sinistra.  Man mano che scendeva, procedeva sempre più in piano e in fondo c’era il mare.

Attratto da quella vista uscì dalla via principale, prese una piccola stradina sterrata e poco dopo si fermò.

Era una bellissima giornata, un vento leggero portava verso di lui l’odore salmastro dell’acqua marina. Era come se avesse incontrato un amico, il mare era sempre lo stesso, per lui il tempo non era certo passato. Era lo stesso mare ondeggiante, lo stesso luccichio e lo stesso strascicare delle onde sulla spiaggia. L’aria iniziava a farsi calda e Martin sentì il desiderio di buttarsi in acqua, di immergersi in quel vibrare di piccole onde. Vide a una certa distanza un gruppo di ragazzi che correvano dentro e fuori dall’acqua, come se si rincorressero per gioco. Provò ad avvinarsi e notò, sdraiata sulla sabbia, una ragazza completamente nuda, guardò meglio e vide che anche gli altri erano nudi. Provò un lieve disagio, era capitato in una spiaggia di nudisti senza sapere. La ragazza si sollevò un attimo, lo vide e lo salutò con un gesto della mano. Lui si guardò dietro pensando che lei si rivolgesse a qualcun altro, ma non c’era nessuno; non riusciva a capire, in ogni caso si avvicinò.

–  Ciao, sei Martin vero? Chiese la ragazza.

– Sì, rispose lui nella più totale sorpresa.  Come poteva quella ragazza sapere il suo nome? Incominciò a pensare che quelli non erano proprio “umani” almeno non come lo intendeva lui e alla sorpresa si aggiunse un certo turbamento. Era tutto troppo bello per essere vero. Chi era quella gente? E cosa gli stava veramente succedendo?

–  Ti stai chiedendo come faccio a saperlo? Chiese la ragazza, sorridendo.

–  Già!

–  Mi chiamo Sabrina, sono la figlia di Daniel.

–  Capisco, ma come mi hai riconosciuto, e come sapevi che sarei venuto qui?

–  Non lo sapevo, infatti mi sono meravigliata quando ti ho visto, in quanto a riconoscerti non è stato difficile. Vedi, i tuoi vestiti non sono più di moda. Soprattutto sulla spiaggia.

Sabrina si avvolse in un pareo e invitò Martin a sedersi. Avevano la stessa età e traspariva dai loro occhi una curiosità intensa dell’uno verso l’altra.

–  Come mai sei qui tutta sola?

–  Sto andando da mio padre e mi sono fermata qui. Ci venivo spesso da bambina e poi il mare mi mancava molto.

Martin fu felice di quell’incontro, finora aveva visto solo persone più grandi e bambini.

– Pensi che resterai molto tempo?

– Non so, perché me lo chiedi?

– Beh, ci sono molte cose che vorrei sapere e credo che tu potresti rispondere alle mie domande.

–  Se è per rispondere alle tue domande non credo ci siano problemi, ti prometto che resterò abbastanza. Possiamo iniziare se vuoi.

– Parlami di te, qui sembra di essere nel Paradiso terrestre, difficile da comprendere.

–   Capisco, ma prova ad immaginare un uomo del xv secolo che viene scaraventato di colpo nel 2000,  non pensi che si troverebbe nella stessa tua situazione?

–  Oh, non ho dubbi, non vorrei essere nei suoi panni. Preferisco restare nei miei. Rispose Martin sorridendo. Ma tu cosa fai? E dove vivi?

Sabrina alzò lo guardo verso il mare aperto e poi in alto.

– Io sono una ricercatrice, abito là, disse, indicando una pallida orma lunare appena visibile.

– La luna! Esclamò Martin con gli occhi pieni di meraviglia e vedendo Sabrina tranquilla, come se gli avesse detto che abitava un paio di isolati più avanti, si rese conto che doveva prepararsi e che quella non era probabilmente la più grande delle sorprese che l’aspettavano.

Martin vide in quella ragazza qualcosa che gli ricordava Melania, ma era solo un residuo di ricordi e sensazioni che si portava ancora dentro. Sabrina aveva i capelli neri e corti e la pelle leggermente scura, poco c’entrava con Melania, bionda con i capelli lunghi e soprattutto la carnagione chiara.

Inoltre c’erano in Sabrina, nel suo tono di voce, una gentilezza e una disponibilità sconosciute a Melania la cui presenza pareva sempre occasionale. Erano, in effetti, le due facce di una medaglia, come i due mondi in cui vivevano.

– Come mai sei solo? Chiese la ragazza, Dove stai andando?

– Da nessuna parte, volevo solo fare un giro e dato che tuo padre è impegnato mi sono avventurato da solo. Poi ho visto il mare e mi sono fermato.

– Vuoi fare il bagno? Chiese lei.

– Mi piacerebbe ma non ho un costume da mettermi e non sapevo che questa fosse una spiaggia di nudisti.

– Oh… capisco, ripose Sabrina con una vena di ironia, sei all’antica. Ti vergogni a spogliarti. Dovrai abituarti allora, non credo troverai un costume da queste parti, a meno che non te lo sia portato da casa.

Martin non si meravigliò più di tanto. Pensò ai suoi bisnonni che andavano al mare con una specie di pigiama ed era normale che ci fossero stati dei cambiamenti.

–  Ti prometto che non guardo, disse la ragazza con un lieve sorriso. Facciamo così; io vado in acqua, tu decidi cosa vuoi fare.

Iniziava a fare caldo, a Martin bastò poco per decidere, cominciò a spogliarsi e liberarsi dei vestiti lo fece sentire come se si liberasse del passato, come un bambino che nascendo si libera della placenta ed entra nudo nel mondo. Si buttò in acqua come fosse una rigenerazione e provò un senso di libertà che gli era sconosciuto. Nuotarono a lungo, poi Sabrina lo anticipò sulla spiaggia e quando lui tornò lei si era già rivestita e gli porse il suo telo per asciugarsi.

– Io devo tornare adesso, mio padre mi sta aspettando, ci vediamo più tardi?

–  Sì, rispose lui, resto qui ancora un po’, ci vediamo dopo.

 

Martin era assetato di conoscenza. Incontrare i “marziani”, come li chiamava sua madre, era sempre stato il suo sogno fin da bambino, ma non aveva mai pensato veramente che si potesse realizzare. Invece, eccoli, forse non erano marziani, ma era una differenza trascurabile. E Sabrina? Era felice di quell’incontro, quella ragazza gli piaceva davvero molto, era la più bella marziana che avesse potuto immaginare, inoltre, gli trasmetteva una sensazione di tranquillità, c’era in lei qualcosa di rassicurante.

 

Steso sulla spiaggia al sole, si ricordò della vita nel suo tempo, era passato un giorno, ma tutto gli sembrava incredibilmente lontano.

 

 

3

 

 

Benché avessero creato sulla luna delle condizioni ideali, era pur sempre un ambiente artificiale e tornare ogni tanto sulla terra era, per chi viveva lassù, indispensabile, sia fisicamente che psicologicamente, ma questa volta Sabrina, era tornata per un motivo preciso; l’avevano chiamata per dedicarsi a Martin.

Lei era felice di quel compito, era entusiasta di avere incontrato un uomo che veniva da un altro mondo, un altro tempo. Martin l’aveva colpita per la sua timidezza, quell’essere lì smarrito e sentiva verso di lui una sensazione di tenerezza e protezione. Era curiosa di conoscerlo e piena di entusiasmo. Il giorno seguente decise di portarlo in un luogo a lei caro.

– Ti andrebbe di accompagnarmi? Gli chiese

–  Certo! Rispose lui, felice di quella richiesta. Dove mi porti?

–  Beh… credo tu abbia bisogno di rilassarti un po’, oggi niente domande. Lo fece salire sull’auto verde e s’avviò verso l’alto, ma con sorpresa abbandonò la strada che costeggiava il fiume, poi si arrampicò, volando, sulla collina.

Martin non se l’aspettava, era abituato a vedere quella macchina viaggiare lungo le strade, non ebbe nemmeno il tempo di riflettere che già era apparsa ai loro occhi una piccola valle intensamente coltivata. All’inizio risplendevano campi di grano ormai maturo e più avanti, tutto intorno, frutteti e orti. Sul fondo, poco prima che il terreno riprendesse a salire c’era un gruppo di case, pareva un villaggio medioevale.

Nel terreno intorno e adiacente alle case si estendeva un immenso prato punteggiato qua e là da alberi e aiuole fiorite. Martin ebbe la sensazione di entrare in una favola. Anche qui, appena giunti, diverse persone li accolsero festosamente. Sabrina presentò Martin e tutti lo festeggiarono come un amico caro che torna in visita dopo tanto tempo. Una ragazza che arrivò poco dopo, quasi correndo, abbracciò Sabrina a lungo e calorosamente.

–  Che bello, disse, hai visto quanta frutta abbiamo?

–  Certo che l’ho vista, è una meraviglia. Lui si chiama Martin.

–  Piacere Martin, io sono Adele. Poi rivolta a Sabrina: resterete qualche giorno spero, ci aiuterete a raccogliere?

– Per me va bene, rispose Sabrina, se Martin è d’accordo resteremo certamente.

Martin, non riusciva a capire, forse avevano superato un’altra barriera ed erano passati di colpo dal futuro al passato? Ma non gli fu necessario chiedere, s’accorse ben presto che i segni del futuro era ben presenti. Erano presenti soprattutto negli sguardi, nei sorrisi, nella gioia di vivere di quella gente che sentiva di colpo così vicina, così amica, così famigliare. Entrarono sotto a un ampio portico dove su un lato vi era una tavola imbandita di ogni cosa e ognuno si serviva a suo piacimento.

Alcuni bambini si rincorrevano giocherellando e guardavano Martin con occhi incuriositi.

Finita la colazione, le presentazioni e i festeggiamenti all’ospite, si prepararono per il lavoro, chi nel frutteto chi negli orti. Martin e Sabrina si aggregarono al gruppo di Adele che aveva il compito di raccogliere albicocche e prugne. C’erano piccoli alberi, bassi, ben tenuti, carichi di frutti maturi, facili da raccogliere. Li aveva accompagnati una specie di trenino di legno, che pareva uscito dalle giostre, formato da alcuni carri carichi di ceste vuote. Il trenino pareva andare da solo, nessuno lo conduceva. Martin non se ne stupì per nulla, si stava ormai abituando alla geniale stravaganza dei loro mezzi di trasporto ed era preparato ad ogni bizzarria.

Ciò che più lo colpiva erano le persone; la gioia di stare insieme, di lavorare insieme, che pareva così naturale in tutti loro. Tutto raggiunse il culmine nella serata, quando il villaggio si trasformò in un luogo di festa. Si era formato un grande cerchio in una specie di anfiteatro all’aperto, e nel mezzo, a turno, tutti si espressero in qualcosa; chi suonava, o cantava, o ballava, o raccontava storie. Pareva che ognuno fosse esperto in qualche cosa di creativo, tutti, nessuno escluso, compresi i bambini, tutti uniti in un coro di affettuosa allegria.

Sabrina lesse loro una poesia che aveva scritto sulla luna.

 

Lontana e vicina la terra

appare come l’amore mio

vicino e lontano, mentre attendo                       

che sorga.

 

Martin, l’ascoltò sorpreso, si era fatta una idea di Sabrina e adesso questa poesia ne mostrava un aspetto nuovo che non aveva immaginato, ma soprattutto l’idea che Sabrina fosse impegnata, che avesse “un amore” lo fece sentire a disagio, ma cercò di non pensarci; tutto in quel luogo lo appassionava. Se prima si sentiva in paradiso adesso come avrebbe dovuto sentirsi?

Alla fine della serata lo accompagnarono in una stanza tutta sua, più piccola rispetto a quella che aveva da Daniel ma ugualmente confortevole. C’era un balcone sul quale si affacciò a guardare il paesaggio: la campagna rischiarata lievemente da uno spicchio di luna che tagliava il cielo, era immersa nella pace. Si udiva nei dintorni una sinfonia di grilli e cicale, e un po’ distante, il gracchiare di alcune rane. Solo più tardi percepì lo scorrere, in lontananza, di un piccolo torrente che scendendo dalla collina dietro al villaggio proseguiva il suo cammino attraversando la valle. Ma, più di tutto, lo sorpresero le lucciole, qualcosa che non aveva mai visto: un brulicare immenso di piccole luci ondeggiava a dismisura tutt’intorno fino a che l’occhio poteva vederle.

Tutti dormivano ormai e lui si sdraiò sul letto. Si sentiva bene, ma l’eccitazione per quel che gli stava accadendo gli impediva il sonno e gli ci volle un po’ per addormentarsi.

Quando si svegliò, il giorno dopo, il sole era già alto, tuttavia non sentiva alcun rumore e pensò che tutti stessero ancora dormendo. Poco dopo avvertì il suono ripetuto di una campanella e a seguire un fruscio, come di qualcuno che cammina silenzioso. Poi sentì battere leggermente alla sua porta. Era Sabrina che veniva a vedere se era sveglio.

–  Buongiorno Martin, hai dormito bene? Non ti ho svegliato vero?

–  No, ero già sveglio e devo dire che va benissimo, non credo ai miei occhi e ogni tanto continuo a pensare che sia tutto un sogno. Ma dimmi; cos’era quel suono che ho udito.

–   È una campana che segna l’inizio della meditazione. Si fa tutte le mattine, si medita mezz’ora e poi c’è una condivisione.

–  Condivisione?

–   Sì, partiamo dalla lettura di un testo e poi ognuno esprime le sue riflessioni. In realtà il testo che si legge, molto spesso è un pretesto, un modo per stimolare il dialogo, poi ognuno è libero di dire quel che vuole. Parliamo di noi, delle nostre esperienze, delle emozioni, sia positive che negative.

–  Negative? Io non vedo niente di negativo da queste parti.

–  Tutto è relativo Martin, tutti possono avere emozioni negative. La nostra fortuna è che abbiamo imparato a riconoscerle e ad accettarle. E allora tutto serve, tutto si trasforma.

 

Per quel che ne sapeva “meditazione” aveva a che fare con la religione e così chiese.

– Siete buddhisti?

– Buddhisti? No! Non siamo buddhisti, o almeno non ci riteniamo tali.

– Allora cosa siete? Voglio dire di che religione siete?
–  Nessuna, non ci sono più le religioni, non nel senso che ritieni tu.

Martin non era mai stato particolarmente religioso, pertanto non restò deluso da quella notizia, tuttavia voleva capire meglio e chiese a Sabrina di spiegargli cosa intendesse.

– Ho detto nessuna, chiarì lei, ma potevo anche dire tutte. Tu chiederesti a un filosofo di che filosofia è? Non mi pare una domanda che si usa fare, non credi? Certo, se uno studia filosofia può  avere delle preferenze, si troverà meglio con certe teorie piuttosto che non altre, ma la filosofia è unica, e un filosofo è un filosofo. Anche la religione è così: chi sente il desiderio di conoscere se stesso tramite un percorso spirituale trova nella religione un sostegno, un aiuto per metterlo in pratica.

– Ma allora, perché dici che le religioni non ci sono?

– Perché non è come nel tuo tempo, non sono separate l’una dall’altra, voglio dire che esiste la religione ma non le religioni. Se vado in un monastero, o in un centro dove si studia o si fanno pratiche spirituali, non si parla di religioni ma di spiritualità e si prende quel che serve, quel che si ritiene utile, senza preoccuparsi da dove arriva. Si studia e si mettono in pratica quei principi fondamentali cui fanno riferimento tutte le tradizioni, ma non appartengono a nessuna di esse, giacché appartengono alla vita. Ecco è questo che è cambiato: nessuno si riconosce in una religione, e tanto meno, le religioni, sono in lotta tra loro per una qualche supremazia. Nessuno ci pensa, nemmeno lontanamente. Ci sono dei valori universali che sono riconosciuti da tutte le religioni e non solo, ci sono persone che non sono interessate a quello che possiamo chiamare “spiritualità”, tuttavia non sono per questo senza riferimenti etici. È la forma che cambia ma non la sostanza.

– Dio mio, che casino! Sbottò Martin.

– Ti sbagli, rispose lei, nessun casino. Vedi, tutti loro insegnano la stessa cosa; insegnano a vivere, a conoscere se stessi. Vedi Martin, poi si fermò un attimo indecisa, come se non fosse sicura che lui potesse capire. Un percorso spirituale, di conoscenza di sé, è la via che porta all’unità. Per anni le religioni sono state causa di separazione: quanto di meno religioso si possa immaginare.

Poi ognuno sceglie il metodo che ritiene più adatto a lui, ma senza escludere nulla, senza confondere il fine con il mezzo.

– E tu cosa hai scelto?

– Te l’ho detto: tutte e nessuna, ma è una scelta abbastanza diffusa. Qui meditano, in altri luoghi recitano dei mantra, o adottano altre forme di pratica, ma poi tutti hanno lo stesso fine e c’è un grande scambio che non definiamo interreligioso ma interculturale. La religione non è separata dal resto, dalla filosofia, dalla psicologia e nemmeno dalla scienza.

–  Capisco! Disse Martin; adesso gli era più chiaro e soprattutto si rendeva conto di quanto quel cambiamento fosse stato un passaggio basilare, una rivoluzione di fondamentale importanza.

 

– Dimmi Sabrina, ma com’è questa meditazione, la fate tutte le mattine?

 – Sì, al mattino si fa tutti assieme, ma poi ognuno si regola come vuole. Molti meditano anche alla sera o in altri momenti del giorno.

– Ma lo fanno tutti, in tutto il pianeta?

– Non proprio, rispose lei. Come ti ho detto ci sono vari modi di mettere in pratica una ricerca interiore. Sai la terra è grande, più o meno come la tua, aggiunse ridendo, e benché ci sia una grande unità di fondo, ci sono anche molte diversità e ognuno è libero di fare quel che vuole e come vuole, giacché tutti hanno lo stesso scopo e, come ti ho detto, è il fine che conta non i mezzi. Ma puoi partecipare anche tu se ti fa piacere.

Martin acconsentì e Sabrina l’accompagnò in una sala ampia dove molte persone già stavano sedute in silenzio, ma prima di entrare gli chiese se aveva qualche esperienza in merito e visto  che non ne sapeva nulla gli diede alcune istruzioni.

– È molto semplice, non devi fare nulla. Per il momento segui il respiro, senza forzarlo. Devi solo portare l’attenzione al respiro e quando ti distrai riportarlo al respiro.

– Tutto lì?

– Sì! Come vedi è molto semplice.

– Semplicissimo, rispose lui.

Sabrina sapeva bene che non era semplice per nulla, ma non c’era tempo di approfondire e lasciò che Martin lo scoprisse da solo. Alla fine della meditazione venne letto un brano che parlava di felicità assoluta e Martin ne restò affascinato, era come se rispondesse a molti sui dubbi. Si ricordò della domanda che aveva posto a Daniel e della sua risposta. Cercò di ascoltare i vari interventi che seguirono la lettura, ma gli risultò difficile capire di cosa stavano parlando. Capì soltanto che c’erano cose che andavano oltre l’apparenza e quando provò a chiedere una spiegazione a Sabrina lei non gli rispose, non direttamente come lui si aspettava.

– Come ti sei trovato? Gli chiese lei. Sei riuscito a stare con il respiro?

– Respiro? No, mi sono distratto molte volte, ma questo cosa c’entra con la mia domanda?

C’entra molto. Vedi, per comprendere la realtà delle cose bisogna essere attenti. È con l’attenzione che si vedono e si può capire facendo un’esperienza diretta, non con il ragionamento.

Martin era molto perplesso ma capì che per il momento si doveva accontentare.

Se ti interessa, aggiunse lei, avrai tempo per approfondire, ma dimmi cosa vorresti fare oggi?

–  Oggi? Oggi si lavora: prugne, albicocche…

–  Non è obbligatorio, non si offendono se non andiamo e ti assicuro che ci daranno ugualmente da mangiare.


– Allora mi piacerebbe fare una camminata nella valle. Ho sentito scorrere un ruscello questa notte e mi ha incuriosito.

Seguirono pian piano il corso di quel piccolo fiumiciattolo.  L’acqua scorreva limpida e Martin si stupì di tutte le erbe profumate che crescevano ai suoi lati. Soprattutto si meravigliò del fatto che lungo gli argini da una parte e dall’altra crescessero dei salici e non ne capiva la ragione.

Li usano per intrecciare cesti o cose simili, gli spiegò Sabrina, è un’antica tradizione che hanno conservato di generazione in generazione.

Giunti ormai verso il fondo dove il torrente si congiungeva con un altro che scendeva dalla parte opposta della valle, arrivarono a un mulino ad acqua, si capiva che era costruito di recente, tuttavia era esattamente come i mulini antichi, con le pale di legno e grosse pietre rotonde che giravano l’una sull’altra.

–  E questo? Chiese Martin stupito.

–  È un mulino. Rispose lei, serve a macinare il grano.

–  Sì, lo so che è un mulino, ma vorresti dire che tutto quel grano verrà macinato qui?

–  No! Non tutto… ma vedi una parte di quel grano verrà raccolto a mano come un tempo e poi verrà macinato  qui e con quella farina verrà fatto il pane per questo villaggio.

– Ho capito, quindi qui siamo in un luogo speciale.
– Non saprei, non è solo qui. Tutte le tradizioni vengono mantenute, è un modo per mantenere un legame con la storia.

Martin ormai non si stupiva più di nulla, voleva solo conoscere, sapere tutto, ma nello stesso tempo era rimasto così colpito da quel piccolo villaggio che avrebbe voluto restare lì ancora qualche giorno.

– Senti, Sabrina, ma qui sanno di me, da dove vengo?

–  Non credo, io non ho detto nulla, ma ci sono persone in quest’epoca che hanno una sensibilità molto sviluppata non escludo che qualcuno abbia percepito qualcosa.

–  Ma possono leggere il pensiero? Chiese Martin con un velo di pudore.

–  No! Nessuno legge nel tuo pensiero, forse qualcuno ha questa capacità ma non lo farebbero mai, non senza un motivo. Così come non si entra in casa di qualcuno senza un motivo valido, solo perché la porta è aperta, anche perché qui le porte sono tutte aperte.

 

Martin aveva incrociato diverse volte lo sguardo di Adele; era incuriosito da quella ragazza, avrebbe voluto parlarle, voleva sapere di quella musica che lei aveva suonato la sera prima; era come se l’avesse suonata per lui, la sentiva sua esattamente come era successo da Daniel, solo che da Daniel era stato un computer a leggere il suo pensiero qui invece era stata lei. Aveva notato in lei una curiosità nei suoi confronti e sentiva lo stesso desiderio. Provò a cercarla nei giorni successivi ma la vide sfuggente, così pensò di chiedere a Sabrina.

A quella rivelazione Sabrina provò un’emozione nuova per lei, un piccolo moto di gelosia e ne restò sorpresa, la tenne un attimo, cercò di ascoltarla e poi la lasciò andare.

– Sfuggente? Chiese a Martin per capire bene cosa lui intendesse.

– Sì, come se … come se avesse timore di incontrarmi.

– Pensi che sia interessata a te?

– Mah, non saprei … è probabile.

– Ma tu che pensi di lei, ti piace?

– Mi ha incuriosito, avrei voluto conoscerla.

– Vedi Martin io conosco Adele da molto tempo, è la mia migliore amica, ha una sensibilità notevole ed è molto giovane, per quanto ne so non ha ancora avuto una relazione con nessuno, può darsi che abbia paura come dici tu, forse prova delle emozioni ma tu sei uno sconosciuto, non sa nulla di te, potresti anche venire da un altro mondo, disse sorridendo. Innamorarsi della persona sbagliata è fonte di sofferenza.

In ogni caso c’è una regola, una convenzione: prima di iniziare qualunque approccio verificare che non ci siano impedimenti.

Vedi, ci sono stati diversi esperimenti nel corso della storia, in alcuni villaggi si è praticato l’amore libero, ma nel tempo abbiamo scoperto che la monogamia è la relazione che da i migliori risultati. La natura umana sembra essere monogamica

–  Sbagliata? Rispose Martin, come fai a sapere se uno è giusto o sbagliato se non lo conosci? Io ho avuto l’impressione che lei sia bloccata da qualcosa.

– Io non mi sono accorta di nulla, ma se è come dici tu è probabile che Adele pensi ci sia una relazione tra noi due.

–  Forse, ma non c’è una relazione tra noi, non credi?

–  No, ma lei non lo sa, ci ha visti arrivare assieme ed è probabile sia arrivata a quella conclusione, ma se vuoi posso parlarle e dirle che non c’è nulla tra noi.

– No, non è necessario, meglio di no, anche se lei non lo sa io non solo vengo da un altro mondo ma dovrò tornarci prima o poi. Non credo potrei mai iniziare una relazione sapendo che me ne devo andare.

– Apprezzo molto che tu lo dica. A nessuno piace soffrire, e le relazioni sono un punto delicato, direi che è rimasta la cosa più difficile per noi. E non c’è modo di evitare i rischi, se non l’attenzione, la cautela, il rispetto. 

– Hai ragione Sabrina, nel mio mondo le relazioni sono un disastro. Sì, un disastro. Ripeté Martin pensando a Melania, a quanto aveva sofferto per una cosa che adesso gli sembrava assurda. Si era infilato a testa bassa in una relazione che lo aveva sconvolto fino a spingerlo a decisioni estreme.

Sabrina lo aveva visto pensieroso e gli rivolse uno sguardo interrogativo.

– Pensavo ad una ragazza con cui ho avuto una relazione difficile, rispose lui.

– Capisco. Come ti ho detto anche qui le relazioni sono complesse, ma lo sappiamo e ci stiamo attenti. Non tutti a dire il vero. Conosco una persona che sembra specializzata a combinare guai di quel genere.

 

Sabrina si accorse che Martin le piaceva molto e avrebbe voluto avere una storia con lui. Certo, sapeva che se ne sarebbe andato e che se si fosse affezionata a lui avrebbe sofferto, ma non sempre è possibile evitare la sofferenza, anche il rimpianto crea sofferenza. Era consapevole di tutto questo e risentì in fondo al cuore quella piccola sensazione di gelosia per l’interesse che Martin aveva mostrato verso Adele, ma non le diede peso. Si chiese cosa provasse veramente per lui, se non era solo curiosità per questo ragazzo che veniva da un altro mondo. Poi si ricordò che il motivo per cui Martin era lì era ben altro e abbandonò ogni altro pensiero.

Martin stava pensando la stessa cosa. La sua curiosità per Adele era molto tenue, ma non poteva dire la stessa cosa per Sabrina. Era rimasto colpito da lei fin dal primo istante, quando l’aveva vista sulla spiaggia, era come se la conoscesse già, come se non fosse la prima volta che l’incontrava. Ma dalle parole di lei aveva capito, adesso, che non c’era nessuna possibilità di una relazione tra loro ed era giusto che fosse così, poi si ricordò della poesia che lei aveva letto la sera precedente.

– Mi è piaciuta molto la poesia che hai scritto per il tuo fidanzato.

– Fidanzato?

– Sì, fidanzato, non l’hai scritta per lui?

– No, Martin, io non ho un fidanzato. È stato un momento così, mi sentivo sola e ho immaginato la possibilità di un amore.

–  Mah, com’è possibile?

– Cosa? Che io non abbia un compagno? Lo anticipò Sabrina ridacchiando. Mio padre dice che sono troppo selettiva e che sto troppo sulla luna; il contrario di mia sorella.

– Non sapevo che tu avessi una sorella.

–  Sì, è più grande di me, non  è a casa in questo periodo, è in missione. Come sai, continuò Sabrina volendo cambiare discorso, ci sono stati dei periodi storici in cui le relazioni venivano combinate, normalmente dai genitori, e non è detto che fosse una consuetudine sbagliata,  se veniva usato il buon senso.

–  Già, il fatto è che spesso erano matrimoni d’interesse, e non sempre l’interesse coincideva con la felicità degli interessati. Posso però confermarti che la mia generazione e quella prima della mia ancora di più, ha avuto delle difficoltà notevoli. A che serve essere liberi di scegliere se manca la saggezza per fare la scelta giusta.

–  È il concetto di libertà che nel tuo tempo è completamente sbagliato, confondono la libertà con qualcosa che poco le assomiglia; non esiste libertà senza responsabilità, senza saggezza appunto. La libertà è quando sei in grado di fare la cosa giusta non quando sei libero di seguire gli istinti, magari senza consapevolezza di quello che ti succede. Credo che tu possa capire adesso la titubanza di Adele e poi, vedi Martin, Adele non è sola, sono certa che se ne ha sentito il bisogno si sarà confidata con qualcuno. La cosa bella Martin è che noi non siamo mai soli, è questa la vera rivoluzione che c’è stata.

Sabrina si trovava bene con lui, la colpiva il suo entusiasmo, quell’apparente ingenuità. Era felice di rispondere alle sue domande e vedere lo stupore nei suoi occhi ad ogni risposta le faceva tenerezza. Vedi Martin, aggiunse poi, abbiamo imparato a chiamare le cose con il loro nome, a non fare confusione.  Se c’è attrazione tra due persone, e sono libere, cercano di approfondire, di conoscersi, senza trarre conclusioni o creare aspettative.

 –  Libere? Cosa significa libere?

–  Libere significa che non sono impegnate in una relazione con qualcun altro, in particolare non hanno un legame definitivo, quello che nel tuo tempo si chiama matrimonio. Anche qui si chiama matrimonio, scatta in automatico nel momento in cui nasce un figlio, o meglio, nel momento in cui viene concepito, fino a quel momento una copia è in prova. Solo quando si sentono sicuri decidono di procreare e a quel punto il legame diventa indissolubile.

–  Indissolubile! Esclamò Martin, quella parola gli era sembrata troppo forte. E se qualcuno cambia idea che succede?  Se ho capito bene, disse Martin è una regola molto severa, cosa succede se uno la infrange, viene condannato?

Sabrina ebbe un attimo di esitazione, come faceva a dirgli che non era possibile, che non succedeva, che lei non aveva mai sentito di un caso simile, che le relazioni erano basate su un legame profondo, un impegno a prendersi cura l’uno dell’altro e non su un’emozione che cambia a seconda di come tira il vento.

–  Condannato? Rispose, e cercò tra i suoi ricordi il significato preciso di quella parola. Capisco! Disse meravigliata. I tribunali… ti riferisci ai tribunali.

–  Certo, i tribunali, non mi dirai che avete abolito anche quelli.

Sabrina si stupì che nel 2015 ci fossero ancora i tribunali, dai suoi ricordi le risultava fosse una società avanzata, almeno tecnologicamente, come potevano avere ancora la necessità dei tribunali? E si accorse che le sue conoscenze della storia erano limitate. Era una materia che non l’aveva mai attratta, adesso le dispiaceva un po’ e pensò che avrebbe dovuto rimediare se voleva capire meglio il modo di pensare di Martin.

–  Forse ti stupirà, rispose seria, ma non ci sono più i tribunali. Poi, vedendo la faccia incredula di Martin provò a spiegare. Vedi, tutti gli esseri umani desiderano la stessa cosa, è la nostra natura. Tutti noi vogliamo il bene e il bene non è davvero bene se non è per tutti.

– Capisco, ma i sentimenti cambiano. Se uno ad un certo punto sente che non è più innamorato della persona con cui sta, se si innamora di un’altra? Cosa deve fare?

Sabrina lo ascoltava attenta. Faticava a comprenderlo e, per la prima volta, si rese conto della reale distanza che c’era tra loro, tra i due mondi. Le sembrò anche di capire perché in quel mondo che ora le appariva lontano ci fossero ancora tanta ingiustizia, tanta sofferenza. Provò a spiegare.

– Hai ragione, Martin, le emozioni …   i sentimenti cambiano, non possiamo controllarli, ma lo sappiamo. È per questo che le relazioni inizialmente possono basarsi sulle emozioni, ma poi c’è un cambiamento. Nessuno è obbligato a fare un figlio o a creare una relazione stabile, lo fa consapevolmente assumendosene la responsabilità. Ci sono cose più importanti delle emozioni, più vere, più profonde. Poi, vedendo che Martin faticava a capire, aggiunse. Scusa, Martin, da voi succede spesso che una madre o un padre si stanchino di un figlio e lo cambino con il figlio di qualcun altro?

– Ma no! Certo che no. Non succede, ma non è la stessa cosa.

– Hai ragione non è la stessa cosa, quel figlio non l’hanno nemmeno scelto. Magari l’avrebbero preferito diverso, più intelligente, tuttavia l’hanno accettato e amato così com’è per tutta la vita. Se si fa per un figlio, non si può fare anche per un compagno? Dovrebbe essere più semplice visto che il compagno lo puoi scegliere, non credi? Poi, vedendo Martin incuriosito, come se ascoltasse qualcosa per la prima volta, continuò: l’amore è qualcosa di diverso da un’attrazione emotiva. L’amore è la nostra vera natura e non cambia.

Lui si limitò ad ascoltare, che poteva dire? “La vera natura?” Pensò al suo mondo, alla sua esperienza in Siria. Avrebbe voluto dirle “E la guerra?”. Ma come poteva parlarle di guerra se lei si era stupita della parola “tribunali.”

Martin, si chiese cosa fosse successo in quei quattro secoli, era affascinato da quel cambiamento e avrebbe voluto conoscere tutto fin dall’inizio. E così chiese a Sabrina cos’era successo negli anni 2000 di così importante.

– Tutto è iniziato il giorno in cui mio padre scoprì la Beta Reatina. Rispose lei.

– La Beta…cosa?

–  Sì! Mio padre la scoprì nel 2011, insieme a un amico, ma preferirei  fosse lui a spiegarti  di cosa si tratta.

–   Aspetta non ho capito bene, tuo padre nel 2011?

–  Si Martin, mio padre nel 2011 scoprì una sostanza che mutò il corso della storia,  ma credo che questo te lo debba raccontare lui.

  Aspetta… hai detto 2011, ma quanti anni ha tuo padre?

–   Possiamo fare i conti se vuoi, nel 2011 ne aveva 41, dunque se non sbaglio adesso dovrebbe averne 428, dico giusto?

–  Giusto, confermò Martin con un’aria scombussolata,  428. Beh… devo dire che non li dimostra, aggiunse nel tentativo di riprendersi dalla sorpresa.

– No, non li dimostra, rispose Sabrina sorridendo. Ma se vuoi ti racconterà lui come sono andate le cose.

 


Quando tornarono Martin aveva molte domande da porre a Daniel e soprattutto voleva capire il motivo per cui avevano scelto proprio lui.

Daniel gli spiegò che l’esistenza del mondo parallelo era stata una scoperta recente e non sapevano bene di cosa si trattasse.

Osservandolo ci siamo resi conto che fino ad un certo punto era effettivamente parallelo poi le cose sono cambiate.  E ciò che ci ha turbato è stato scoprire che la causa di quelle variazioni eravamo noi.

–  Voi?

–  Sì Martin, c’è una relazione tra i due mondi che ancora ci sfugge, ma una cosa ormai certa è che noi siamo la causa di quel cambiamento: la Beta Reatina ha creato una variazione nella storia.  Inoltre ci siamo accorti che il mondo parallelo si sta muovendo in una direzione pericolosa, così, quando si è creata l’occasione abbiamo accettato di intervenire.

–  Intervenire? Come intervenire? E io cosa c’entro?

– È una storia lunga Martin, ma se credi posso raccontarti  tutto partendo dall’inizio.

– Certo, che lo voglio sapere, a questo punto credo sia indispensabile.