In copertina: Silvia Leporati
Il cacciatore di mosche.

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Proponiamo la lettura di alcune pagine

Note sull’autore

 

Per quanto riguarda l’autore, bisogna dire che è circondato da un alone di mistero.

Già: Chi ha scritto il libro? Aldo o Giulio? La cosa non è del tutto chiara. Non è nemmeno certo che Aldo sia esistito.

A Currada tutti si ricordano di Giulio, tutti sanno chi è, andate lì e vi dicono tutto. Alcuni si ricordano di Selina; Olga, la moglie dell’oste, si ricorda benissimo di lei: una ragazzina bionda, di carnagione chiara, lineamenti dolci, e molto, molto gentile. Olga si ricorda che Selina andava lì con Teo a prendere il gelato, uno per sé e uno per lui.

Si ricordano di Agnese, “la signora Agnese”, e di Livia. Si ricordano anche di Zelinda, la governante polacca. E si ricordano, orgogliosamente, delle mosche, sia grigie che bianche, e ovviamente del torneo di “caccia alla mosca”.

Ma di Aldo, nulla.

Caterina, una signora che faceva la sarta, dice di avere conosciuto Nadia; Nadia Komenova, così almeno racconta.

Nadia abitava, col marito, in una vastissima fattoria sulla collina dove allevavano cavalli. Caterina era stata da loro varie volte, per la prova dei vestiti che Nadia si disegnava da sé e poi faceva cucire. In una di quelle occasioni Caterina dice di avere visto un bambino.

Si trattava di Aldo? Era un bambino intorno ai 12 anni che parlava perfettamente il russo e l’italiano. Caterina l’aveva sentito parlare in russo con lo zio Alessio.

Si sa anche che Alessio, Alessio Komenov, era una scienziato; aveva collaborato alla progettazione dello Sputnik, il primo satellite artificiale lanciato in orbita il 4 ottobre 1957 dal cosmodromo di Baikonur, e adesso stava lavorando a un progetto segretissimo.

In effetti Nadia e Leone si erano conosciuti in Russia, ma non durante la guerra. Si erano conosciuti perché Leone, un ingegnere nucleare, era amico di Alessio.

Insomma, benché di questo libro si possa dire di tutto: un romanzo d’amore, una favola, un racconto di fantascienza… non si può definirlo un giallo; tuttavia, il giallo c’è, e se qualcuno vuol continuare le indagini ci sono degli ottimi indizi.

Se poi volete la mia opinione, a mio parere le cose stanno così: normalmente un romanzo ha un autore, e questo autore si inventa dei personaggi. Ecco, in questo caso le parti si sono rovesciate; abbiamo dei personaggi reali, realmente esistiti, che per raccontare la loro storia si sono inventati un autore. Tutto qui.

Aldo

Prologo

 

C’era il fiume; finita la pianura, la strada lo costeggiava seguendone le anse controcorrente fino a un’osteria.
Poi si attraversava un ponte e subito dopo spuntavano, tra gli alberi, i tetti delle case.
Mi ricordo di quando incontrai Giulio la prima volta. Avevamo letto un articolo su una rivista, dove si parlava di lui e si diceva che abitava da quelle parti, così, assieme a Dante che era allora il mio migliore amico, andammo a cercarlo.
Giulio, oltre ad essere un riconosciuto e apprezzato poeta, pubblicava una rivista e una piccola collana di libri che curava con amorevole attenzione.
Dante ed io, ovviamente, portammo con noi le nostre poesie; dopo averle esaminate, Giulio non disse nulla, un nulla che nell’ansia dell’attesa risuonò nella nostra mente come un tutto; tutto il peggio che ci potesse dire. Accortosi poi del nostro scoraggiamento cercò di rincuorarci ma Dante non si rincuorò affatto e da quel giorno non lo vidi più.
Io apprezzai la sincerità, fu così che Giulio divenne il mio maestro di poesia, ed io lo ricambiavo facendogli da autista e da maestro di musica, su e giù per le colline da un’osteria all’altra, cantando a squarciagola in perfetta disarmonia.
Nelle lunghe serate invernali tutto era poesia: il cane, il gatto, il fuoco del camino, la neve sugli alberi secchi.

Poi, c’era la questione delle mosche. Quando verso fine settembre, le mosche, a causa dell’abbassamento della temperatura abbandonano la campagna, te le trovi in casa all’improvviso e sono un gran bel fastidio, anche se non pungono come le api, le vespe o le zanzare, ma quel ronzio nelle orecchie, quell’ossessivo posarsi sulla pelle, dappertutto, dà veramente ai nervi.
Giulio, che veniva dalla città e non aveva un’esperienza storica del problema, era abbastanza avvilito. Io, nato e cresciuto in campagna, ero a conoscenza di una notevole quantità di tecniche e strategie tramandate di generazione in generazione, ed ero quindi in grado di trovare diverse soluzioni. Inoltre, avevo una capacità innata di acchiappare le mosche davvero eccezionale.
Giulio, era talmente avvilito che pur di risolvere il problema avrebbe fatto qualunque cosa; persino pubblicare quello che poi divenne il mio primo libro di poesia.
C’era, tuttavia, una complicazione; a volte, soprattutto sul tardi, molto tardi, ci capitava di sentire dei ronzii indistinti intorno alle orecchie, talmente indistinti che non riuscivamo a comprenderne l’origine e così, dopo varie ipotesi, si concluse che non poteva trattarsi di altro che delle famose mosche bianche.
Le mosche bianche erano davvero dispettose, anche perché arrivavano sempre quando eravamo ormai stanchi e assonnati.
Avere ospiti in quella casa era abbastanza normale: poeti, scrittori, venivano da tutte le parti del mondo. Alcuni portavano delle bellissime poesie, ma spesso ci si doveva accontentare del vino e quello, grazie a Dio, era sempre di ottima qualità. Così, tra un bicchiere e l’altro ci si inoltrava nel profondo della notte, ed era a quel punto che il ronzio diveniva più intenso e misterioso.
Che fare? Avevo sentito parlare delle mosche bianche da mio zio, lo zio Alessio, e mi ricordavo che ne parlava con un certo orgoglio, dando a immaginare che conosceva bene il problema e sapeva come risolverlo, tuttavia le mosche bianche erano così rare che nessuno si era mai preoccupato di approfondire la questione.
Provammo dunque a chiedere in giro, anche in osteria a Currada, ma nessuno sapeva nulla, anzi fingevano di non capire. Fu lì che mi venne l’idea di scrivere un poemetto dal titolo: “Il cacciatore di mosche bianche”.
Una sera, Giulio, colpito dalla naturalezza con la quale io catturavo le mosche, mi convinse ad iscrivermi al torneo di Currada: era il più antico torneo di caccia alla mosca che si ricordasse a memoria d’uomo e, proprio quell’anno, fu elevato al rango di “campionato mondiale”.
Per la prima volta, nella sua millenaria storia, furono ammessi anche concorrenti stranieri. Era dunque a tutti gli effetti “Il Campionato Mondiale di caccia alla mosca”.

Selina

Il giorno in cui Selina apparve in fondo al viale, è impresso nella mia memoria come un francobollo su una cartolina.
Erano mesi ormai che Agnese mi parlava di lei e del suo imminente arrivo. E a forza di sentirla raccontare mi pare proprio che io me ne innamorai prima ancora di averla conosciuta.
La signora Agnese era la nonna di Selina e vicina di casa di Giulio, era una signora anziana molto colta, appassionata lettrice. Giulio, chiedeva spesso la sua opinione quando era incerto sull’opportunità o meno di pubblicare un nuovo libro.
Agnese era sempre molto gentile con me, e io la ricambiavo con quei piccoli favori che ogni tanto mi chiedeva: le portavo a spasso Teo, il suo cagnolino, e sbrigavo per lei alcune commissioni.
Quando Selina finalmente arrivò, io ero nella mia stanza, in alto, la solita che occupavo quando restavo a Currada. Da lassù, nascosto dietro la finestra, la vedevo bene, e le mille fantasie che mi ero fatto sul suo volto e sulla sua figura svanirono di colpo. Non ci volle molto per accorgermi che la realtà, come spesso accade, superava la fantasia.
Era proprio lei: era Selina e, benché mi apparisse bellissima, o forse proprio per quello, la mia timidezza prese il sopravvento sul desiderio di fare la sua conoscenza, e quando Agnese più tardi mi chiamò finsi di non sentire e restai lassù, rintanato.
La sognai tutta la notte a occhi spalancati. La luna piena, sospesa alla finestra, ispirava i miei pensieri più di quanto fosse necessario.
Il giorno dopo la incontrai al fiume; il cuore iniziò a battermi così forte che mi chiedevo se anche lei lo sentisse, e quando si voltò verso di me, ne fui convinto.
Tanta timidezza mi sarebbe stata fatale se Teo, che si era portata con sé, si fosse dimenticato della mia generosità, ma lui, che aveva buon occhio e buona memoria, mi corse incontro scodinzolando.
I pioppi spiumavano, una miriade di batuffoli riempiva l’aria come neve. Salutai Teo che mi saltellava intorno e mi chinai ad accarezzarlo.
– Vedo che siete amici, sei tu il Poeta? Disse lei, riferendosi chiaramente a Giulio che da quelle parti era conosciuto come “il Poeta.”
– Oh… no! Risposi sorridendo più seriamente che potevo, io preferisco la prosa, sto scrivendo un romanzo, si chiama: “Il cacciatore di mosche”, se vuoi te lo faccio leggere.
– È molto lungo? Chiese lei.
– Per il momento tre pagine, ma posso accorciarlo.
– E’ lunghissimo, ma sono certa che mi piacerà molto, e lo leggerò tutto d’un fiato. Chissà che fatica scrivere tutta quella roba.
– Ah, sì! Stavo appunto pensando di prendermi una vacanza. Mi piacerebbe fare il barcaiolo per qualche giorno; ti andrebbe di venire in barca con me?
– In barca? Con uno sconosciuto? Che dirà mia nonna?
– Tua nonna? Non ti preoccupare, lei si fida di me, sa che sono un bravo barcaiolo.

Era pomeriggio, nell’aria si sentivano i primi tiepidi caldi dell’imminente estate. Saliti in barca, l’uno di fronte all’altra, iniziai a remare in silenzio. Stavo forse sognando? O davvero Selina era lì, seduta davanti a me, così bella che non avrei saputo come descriverla.
Lei si accorse del mio imbarazzo e ruppe il silenzio.
– Dove mi porti?
– Oh, lontano, che ne diresti dell’altra sponda?
– Così lontano? Va bene, purché si torni prima che faccia buio.
Selina! Ero emerso da quel dialogo evanescente come da un sogno e non riuscivo a smettere di guardarla: gli occhi, il viso, il collo, i capelli, e le bellissime delicate labbra. Eravamo in mezzo al fiume; dietro di lei una infinità di alberi e prati, campi di grano, papaveri, e più lontano, i tetti delle case, le cupole, i campanili.
Giunti sull’altra sponda la portai all’osteria di Currada a prendere un gelato. Ci sedemmo ad un tavolo all’ombra dei vecchi pioppi, e la curiosità dell’uno verso l’altra ci tenne là tutto il pomeriggio. Selina aveva uno spiccato senso dell’ironia, e la sua sensibilità rendeva semplice e piacevole parlare con lei di ogni cosa. Mi confidò che aveva scritto alcune poesie, ma non le aveva mai fatte leggere a nessuno. Preferiva le arti figurative, aveva frequentato il liceo artistico e adesso si sarebbe iscritta all’Accademia.
Passavano i giorni; io e Selina eravamo sempre assieme, la portavo in giro nei dintorni perché si facesse un’idea di dove si trovava. Un giorno mi chiese quanto fosse lontana Firenze.
– Non tanto, risposi.
– E Venezia?
– Penso tre ore di treno, o poco più.
– E tu, mi accompagneresti?
– Dove?
– A Venezia, o a Firenze, o anche tutte e due.
Io non c’ero mai stato, ma non glielo dissi, risposi soltanto che ne sarei stato felice.
La sera aiutai Giulio in tipografia, e mentre si lavorava, gli parlai dell’invito di Selina.
– Beh, e non sei contento?
– Sì. Risposi, ma non ci sono mai stato a Venezia e nemmeno a Firenze.
Giulio sorrise.
– Sei fortunato, amico mio, puoi iniziare da Venezia, ho una guida quasi nuova in libreria, e appena arriviamo a casa te la faccio vedere.
Giulio si divertì molto a istruirmi, mi diede la guida e mi parlò di Venezia talmente a lungo che alla fine avrei potuto fermarmi là e fare il gondoliere.
Anche Selina non era mai stata a Venezia, ma sapeva tutto, in particolare dei musei, e a me, nonostante il corso accelerato che mi aveva tenuto Giulio, non restava che seguirla.
Presi l’iniziativa soltanto per portarla al caffè Florian, di cui Giulio mi aveva parlato come del “posto ideale per un incontro galante”. Selina rise divertita e mi disse solamente:
– Ti pareva il caso di spendere così tanto per un caffè?
Oh, sì! Fu una giornata indimenticabile, e appena tornammo a casa scrissi questa poesia:

Arrivati a Venezia di corsa.
Visto passando il ponte dei sospiri
e l’acqua sporca.
In piazza San Marco concentrazione:
la basilica, i colombi, violini in smoking;
maestro e tutto compreso nella
consumazione.

Spedite cartoline: il canal grande
in un giorno di sole, il palazzo dei dogi,
il rio dei mendicanti
dove abbiamo appreso che
Venezia muore
alla velocità di nove centimetri al secolo.

Ritorno veloce in vaporetto, con le dita
a segnare le gondole.

L’estate passò in fretta e si avvicinava per Selina il tempo del ritorno. Era finito Agosto e il giorno dopo sarebbe volata via.

Nel pomeriggio faceva molto caldo, decidemmo di fare un ultimo giro lungo il fiume, come quel primo giorno in cui ci eravamo conosciuti. Ci incamminammo per la carraia seguendo la corrente, il sole scaldava sempre più, e parlavamo solo per rompere il silenzio, parole senza importanza. La sua voce era dolce e armoniosa, ed io la ascoltavo. Più avanti prendemmo un sentiero, dentro un pioppeto, con erba alta e incolta; giunti sotto un salice, dove l’erba era più corta e piena di piccole margherite, ci sdraiammo a guardare il cielo.
Il cuore, avvolto in un’estasi mai provata, sobbalzava irrequieto. Nuvole scure e veloci si addensarono sopra la nostra testa e subito dopo iniziarono a cadere grosse gocce d’acqua. Ci guardammo sorpresi, e alzando il capo ci apparve poco distante un capanno; la mia mano strinse la sua e iniziammo a correre in quella direzione. Eravamo da poco al riparo e già i fulmini squarciavano l’aria. Selina, spaventata per i fragorosi tuoni, appoggiò la testa sulla mia spalla; la strinsi a me e la abbracciai teneramente.
Pioveva ormai a dirotto, e le pesanti gocce battendo sul tetto in lamiera facevano un baccano infernale. Ci arrampicammo in un angolo in fondo, dove c’era un mucchio di fieno. Là ci sentimmo protetti, al sicuro, il fieno in fermento emanava calore e un odore acre, intenso.
– Selina!
Era l’unica parola che riuscivo a dire. Lei rispose “Sì ”. Poi, entrammo in un sogno; ci risvegliammo bagnati e un po’ confusi e io non sapevo bene cosa fosse successo.
La riportai a casa, prima che si facesse tardi, e non riuscivamo a smettere di guardarci e tenerci stretti.
Avrei voluto dormire con lei quella notte, ma Selina doveva partire presto per un lungo viaggio, e io preferii restare sveglio da solo.
Agnese aveva chiesto a Giulio se le accompagnava all’aeroporto, ed io mi addormentai all’alba poco prima della loro partenza.
Il sole era ormai alto nel cielo quando, nel dormiveglia, sentii dei passi che s’avvicinavano.
– Selina! Bisbigliai.
Dopo un breve picchiettio, la porta si aprì e apparve Giulio.
– Buon giorno, anzi buon pomeriggio. Disse avvicinandosi al mio letto; aveva in una mano un sacchetto dal quale spuntava il collo di una bottiglia.
– Hai deciso di morire di fame? Ti ho portato qualcosa, ti dispiace se ti faccio compagnia?
Stappò la bottiglia, versò il vino nei bicchieri e iniziò a bere leccandosi le labbra. Io non pensavo di avere fame o sete, ma vederlo bere mi fece venire voglia di imitarlo.
– E Selina? Chiesi.
– Oh, a quest’ora è già in volo.
Mi sentii come se ci fossi io in volo, risucchiato da un vuoto d’aria. Le separazioni sono sempre state una tragedia per me: un dolore quasi fisico, un senso di vuoto, una vertigine. Giulio se ne accorse.
– Tutto questo per una ragazzina? Disse con un tono che non voleva essere troppo invadente.
Io non risposi, presi il bicchiere e sorseggiai.
Giulio, che nel frattempo si era arrotolato una sigaretta, se la mise in bocca e l’accese.
– Vuoi fumare?
– No, grazie, sono già abbastanza fumato, mi sembra di non poter respirare senza di lei, e non so nemmeno se potrò mai rivederla.
– E’ normale che ti senta così, ma poi passa. Disse, cercando di rincuorarmi.
– Sarà, ma per il momento mi pare insopportabile.
– Aldo, vorrei che tu potessi vedere le cose per quello che sono, senza elaborare tante ipotesi e fantasie. L’estate è finita e lei è dovuta tornare a casa, tutto qui; vedrai che il prossimo anno ritornerà. Che ne diresti di venire con me in tipografia? Lo sai che siamo in ritardo con molti lavori.
Si. C’erano molte cose da stampare e il lavoro mi aiutò a distrarmi.
Era la fine di ottobre quando mi arrivò un biglietto dal Messico con dentro una cartolina; dietro c’era scritto: “Te quiero mucho. Selina”.
Se il fiume si fosse improvvisamente gonfiato in una piena catastrofica io l’avrei fermato. Se i boschi, i campi, le case, si fossero improvvisamente incendiati, io avrei spento il fuoco con un soffio solo. “ Selina!” Che cosa significasse il resto, non mi era del tutto chiaro, ma c’era scritto “Selina” e tanto mi bastava.
Il giorno seguente mi arrivò un telegramma; “Mercoledì, alle 16 vai a Currada ordina una birra e siediti.”
Mercoledì? Mancavano tre giorni, e che avrei fatto nell’attesa? E cosa sarebbe successo fra tre giorni?
Per mia salvezza, il postino tornò con una busta rossa, profumava di balsamo tigre, il profumo preferito da Selina.
“Mio caro, scommetto che non sai nemmeno cosa c’è scritto nella cartolina vero? C’è scritto che mi manchi tanto. Ho letto le tue poesie, vorrei che tu le avessi scritte tutte per me. A presto”.
Non era una lettera lunga, ma mi sarebbe bastata anche per più di due giorni. Quante volte l’avrei potuta leggere in due giorni?
Corsi a Currada e mi comprai un gelato, il più grosso che c’era; era veramente dolce. E pensai a Selina, a tutti i gelati che avevamo mangiato insieme.
“Mercoledì! Mercoledì mi siederò lì, a quel tavolo, ordinerò una birra e aspetterò l’arrivo di Selina. Arrivo? E con cosa arriva? Non c’è una corriera a quell’ora.” Non riuscivo a capire. Aprii la lettera; c’era scritto “a presto”, e “a presto” doveva per forza essere Mercoledì alle 16.
Quell’ “a presto” in realtà non stava arrivando tanto presto, ma prima o poi doveva arrivare, e così mercoledì, con un’ora di anticipo, andai all’osteria di Currada. Ordinai una birra e aspettai; arrivarono le quattro e anche le quattro e trenta. Mi alzai per affacciarmi sulla strada, poi suonò il telefono, era per me. Stavo per dire: “Quando arrivi?” ma mi accorsi che forse non sarebbe arrivata, non adesso comunque. E così le chiesi soltanto:
– Dove sei?
– Non l’hai vista la cartolina? Sono a casa in Messico.
– In Messico? E cosa fai lì senza di me?
– Oh, non sono senza di te, ormai ti porto dentro.
Ormai! Ormai avremmo potuto dirci qualunque cosa, e per un attimo ne ebbi paura, come se qualunque cosa, ormai, non mi bastasse più. Parlammo a lungo, e quando ci lasciammo le nostre orecchie erano così piene di miele da fare concorrenza a un alveare.
Ero così confuso… si può essere felici e infelici allo stesso tempo? Era tutto vero? E cos’era? Non era la prima volta che m’innamoravo, ma questa volta era diverso, questa volta era Selina e Selina mi amava.
Pensai alla lunga estate vissuta assieme. Le sere fino a notte fonda in collina a guardare le stelle e la città illuminata; le lucciole, l’odore del grano maturo e dei pini.
Mi ricordai del giorno in cui Selina mi aveva portato a Firenze perché io vedessi tutti quei dipinti, e di come era riuscita a spiegarmi che erano bellissimi, e di come anche Firenze ci sembrò bellissima. Pensai ai lunghi giorni in cui credevo di averla persa per sempre, pensavo e camminavo verso casa, e tutto sembrava più grande, più luminoso. Io non amavo solo Selina, amavo ogni cosa e ogni cosa amava me.

Ma tutto era successo troppo in fretta. Selina ed io iniziammo una lunga corrispondenza e una lunga attesa, dove lei ogni volta mi diceva che presto sarebbe tornata, che voleva tornare, ma alla fine non tornò, e provò a spiegarmelo in una lunga lettera, che arrivò in una busta verde, verde come la speranza, ma fu l’ultima che arrivò.

Il fiume.
L’argine destro, tra i pioppi passeggiando
e l’improvviso brillare del sole tra le foglie mosse.
Mi era così caro il tuo nome e la tua presenza:
sono ancora confuso, ma non c’è dolore,
rimpianto, nostalgia.
E’ solo così com’è, com’era, come rimane.

Livia

 

Un sabato mattina, quando arrivai a Currada per aiutarlo, Giulio mi disse che c’erano delle novità: stava arrivando Livia, la madre di Selina, e lo disse con un tono solenne, come fosse un evento. Erano passati quattro anni, ormai, e io non ci pensavo più. Selina? Era tutto così lontano che non sapevo cosa dire.
Infatti non dissi nulla ma, quasi senza accorgermene, mi ritrovai al fiume con quella ferita che riprendeva a sanguinare.
Più tardi, Giulio mi venne a cercare per dirmi che c’era del lavoro da fare e così lo seguii in tipografia.
Verso sera, mentre Giulio preparava la cena, stavo lavorando ad alcuni miei appunti quando sentii arrivare una macchina.
Livia non arrivò da sola, con lei c’era una bambina, le vidi dalla finestra scendere dal taxi.
Pioveva, una pioggia leggera marzolina; per proteggersi tenevano in testa un impermeabile e la bambina ne era tutta coperta.
Non vidi nulla, sentii soltanto la sua piccola voce che chiamava “nonna”.
Nonna? Anche lei era venuta dalla nonna? Non sapevo che Selina avesse una sorellina così piccola.
Livia mi apparve per un attimo, molto giovane e molto bella, sembrava più la sorella grande di Selina che la madre.
Era una giornata uggiosa, di quelle che ti tengono in casa vicino al fuoco, o a dormicchiare sotto le coperte, e io non avevo alcuna voglia di farmi vedere. Una Selina mi era bastata e non ero interessato a conoscerne altre due, e poi mi pareva di aver capito che quella era più una storia di Giulio che mia.
Il mattino seguente mi alzai presto, e me ne andai dai miei genitori che non vedevo da diversi giorni. Mia madre era come se mi aspettasse sempre, c’era sempre qualcosa di speciale da mangiare, sempre lì, sempre pronto: i tortelli, il coniglio, una faraona arrosto, le lasagne. E se solo avessi accennato che qualcosa non mi andava, ecco che magicamente appariva qualcos’altro. E mio padre? Appena mi sentiva arrivare andava in cantina a prendere una bottiglia nuova, o nell’orto se era la stagione.
Ma non lo facevano solo per me; certo, io per loro ero speciale, ma loro erano così con tutti.
Dopo pranzo squillò il telefono, era Giulio, disse che aveva bisogno di me, che il lavoro non era finito e gli serviva il mio aiuto. Ci accordammo per la sera. Lavorare di sera, e anche di notte, era per noi del tutto normale, anche perché di giorno io avevo il mio lavoro, iniziato da poco in una fabbrica di attrezzature meccaniche.
Restai a Vedrano dai miei genitori tutto il pomeriggio e anche a cena, poi passai a prendere Giulio e mi avviai verso la tipografia.

Giulio aveva affittato un garage a poca distanza da Currada, dove teneva una piccola macchina tipografica, la carta, le matrici, l’inchiostro e quant’altro serviva per stampare.
Lungo la via per arrivarci c’era una piccola osteria, e quando ci arrivammo Giulio mi disse di fermarmi.
– Non ho ancora cenato, disse, entriamo a prendere qualcosa. Tu hai mangiato?
Gli risposi di sì, e lui mi chiese di fargli compagnia.
Giulio mi pareva un po’ strano, come uno che vuole sembrare allegro, ma qualcosa glielo impedisce. Sapevo che quella Livia non gli era indifferente, quel nome era saltato fuori molte volte nei suoi ricordi e sapevo che tra loro c’era qualcosa in sospeso.
Pensai che volesse confidarsi e, dal suo sguardo abbassato, capii che la cosa era più seria di quanto avessi potuto immaginare.
C’eravamo seduti in un angolo vicino alla finestra. Il sole era tramontato da poco; nella penombra si vedeva tutta la valle e il fiume in lontananza. Giulio mi guardò negli occhi e mi chiese:
– Come stai Aldo?
– Bene. Mia madre mi ha detto di salutarti e di dirti che ti vuole a cena la prossima settimana.
– Non vedo l’ora. Ho già l’acquolina in bocca. Rispose, cercando di sorridere, e aggiunse: Aldo, devo dirti una cosa molto importante.
– Scappi con Livia? Chiesi io, cercando di fare lo spiritoso.
– No ! Livia non c’entra, c’entra Alice.
– Alice? E chi è?
– Livia non è arrivata da sola, è venuta con Alice. Una bambina.
– Sì. Le ho viste arrivare, una bambina piccola, un’altra figlia?
– No! Non è sua figlia.
– No! E chi è?
Giulio, mi guardò teneramente, poi, dopo una breve pausa, disse:
– E’ la figlia di Selina.

Quante cose si possono pensare in un istante? Quante emozioni si possono provare? Cento, mille, diecimila, infinite? No, non tante, quando sono troppe qualcosa si stacca. Scatta un interruttore, una specie di salvavita come in un impianto elettrico sotto sforzo. Tutto si ferma, sospeso, un vuoto, un telo bianco.
Giulio restò in silenzio ad aspettare che io rinvenissi, ma si capiva che aveva ben altro da dirmi.
– E Selina? Chiesi.
Pronunciandone il nome, la sua assenza divenne troppo evidente per continuare ad evitarla e pensando a questa bambina senza la madre vicino un pensiero cupo mi sfiorò la mente.
– E’ morta?
– Ma no, che dici, rispose prontamente Giulio.
– E dov’è allora?
Giulio respirò un attimo per rallentare il discorso.
– E’ a Varanasi, in India.
– In india? E a far che? In vacanza?
– Beh, diciamo una vacanza lunga, se n’è andata subito dopo che è nata la bambina.
Non riuscivo a capire. Selina, Selina che fa una figlia e scappa. Mi scrive quelle cose dolcissime e bellissime, che mi ama, che non vede l’ora di tornare e poi; fa una figlia con un altro e l’abbandona. E quell’altro?
– Dimmi Giulio, cosa è andata a fare in India e con chi è andata ?
– Non sanno di preciso, pare sia in un Ashram. E’ andata con un amico… non sanno bene.
– Ashram? E cosa sarebbe?

Dall’altra parte della stanza un gruppo di persone stava mangiando in allegria e qualcuno si girò dalla nostra parte: mi accorsi che avevo alzato la voce.
Giulio, aspettò che mi calmassi e dopo un po’ mi chiese:
– L’hai vista Alice?
– No! Ho visto che c’era una bambina, ma era coperta.
– E’ molto bella, assomiglia a Selina, e …
– E… cosa? Lascia perdere ti prego, non mi interessa, non voglio parlarne.
– Senti Aldo, prima o poi te lo devo dire. Selina voleva tornare, voleva tornare perché ti voleva bene, ma non solo, voleva tornare perché era incinta e pare anche che te lo avesse detto.
– Cosa? Risposi, saltando dalla sedia.
– Non ti aveva detto che “ti portava dentro”?
– Dio mio, Giulio, ma cosa stai dicendo?
– Aldo, forse sarebbe meglio che tu parlassi con Livia. Lei non voleva dirti nulla, ma io ho insistito. Alice è tua figlia Aldo, e secondo me è giusto che tu lo sappia.
Ero spaventato. Non so se spaventato è la parola giusta, ma quella sera avrebbe cambiato la mia vita e su questo non c’era il minimo dubbio.

Il giorno dopo Livia mi invitò a prendere un tè e mi raccontò il resto: Selina voleva tornare, ma suo padre la convinse che non era una buona idea: che lei doveva studiare, che noi eravamo troppo giovani e che in Italia saremmo stati soli. Livia mi disse anche che lei non era d’accordo, ma non valse a nulla. Selina era molto legata a suo padre, lo considerava una persona saggia, e alla fine pensò che aveva ragione.
Voleva chiamarmi, scrivermi, dirmi tutto, ma poi decisero che non aveva senso, che mi avrebbe fatto male e basta.
Il tempo fece il resto. Alice nacque in aprile, erano ancora in Messico, e in autunno Selina andò in India con alcuni amici e non tornò.
– Aldo, voglio dirti che questa storia ha cambiato molte cose, ma non mi dispiace. Occuparmi di Alice è stata una gioia per me e lo è ancora, un regalo della vita. Sono venuta qui soprattutto perché, come sai, mia madre non sta bene e ha bisogno di aiuto ma, adesso, mi accorgo che potrei restarci a lungo. Il mio rapporto con il padre di Selina è finito, già eravamo in crisi e da quando Selina è andata via, si è spento definitivamente. Non ho motivo per tornare. Poi adesso lui vive in Giappone, il suo lavoro lo ha portato là, e io non voglio vivere in Giappone e nemmeno voglio che ci viva Alice. Mi fa piacere che tu possa conoscerla, ma il come dipende da te. Nessuno sa che è tua figlia, a parte Giulio, e nessuno glielo dirà mai, tu sei l’unico che può decidere se dirglielo, come dirglielo e quando.

Alice

 

A me pareva che Alice assomigliasse molto a sua madre, ma Giulio insisteva che era uguale a me e, scherzando aggiungeva “purtroppo”.
Tra lui e Livia era una bella gara a chi la coccolava di più e, per me, non era facile trovare uno spazio in cui inserirmi.
Avevo una figlia. L’idea, che all’inizio mi aveva lasciato frastornato, cominciava a piacermi: affezionarsi ad Alice sarebbe stato semplice anche per un orco. Ogni giorno che passava il desiderio di stare con lei diventava più grande.
Pensai a mia madre, prima o poi avrei dovuto avvisarla che aveva una nipotina messicana, mi immaginavo come ne sarebbe stata contenta, ma prima avrei dovuto dirlo ad Alice.
Un giorno la portai con me a Currada, attraversammo il ponte a piedi e la portai a prendere il solito gelato.
– Sai, le dissi, mentre lei seduta scomoda su una sedia cercava il modo di conquistare la parte alta del cono che teneva in mano con l’unico risultato di inzupparci il naso, io e tua mamma venivamo spesso qui a prendere il gelato.
– Mia mamma è andata via lontano, e quando tornerà mi racconterà tante bellissime favole.
Provai un senso di vertigine, la mia mente girava intorno a quelle parole e avrebbe voluto avvolgerle di affetto e tenerezza, ma non trovava il modo.
Presi la sua manina e la tenni stretta, sentivo che avrei potuto piangere, ma forse non era il caso. Chiamai Rosa, la figlia dell’oste che ci guardava seminascosta dietro il bancone e le chiesi un cucchiaino: con quello Alice migliorò la situazione.
Poi cambiai discorso, le dissi che a me piacevano i gelati al limone, e lei mi rispose che il limone pizzicava troppo e preferiva il cioccolato e le fragole.
Stare con lei, sentire quella sua piccola mano perdersi fiduciosa nella mia, mi dava un senso di forza e sicurezza che non conoscevo.
Alcuni giorni dopo le chiesi di suo padre.
– Alice, dov’è il tuo papà? Anche lui è in giro per il mondo?
– No. Io non ce l’ho un papà, perché mia mamma non si è mai sposata!
– Davvero? Ma ti piacerebbe averlo?
Alice, si fermò un attimo, il suo visino si fece dapprima serio e pensieroso poi, quasi ridendo, rispose:
– Sì, mi piacerebbe.
– Ti piacerebbe fare un gioco con me ?
– Sì! Rispose incuriosita.
– Allora facciamo così, giochiamo che io sono il tuo papà.
Alice rispose ancora sì, anche se poco convinta. Non capiva bene quel gioco come funzionava, ma la cosa finì lì e non ne parlammo più.
Diversi giorni dopo, quando il nostro sodalizio divenne più consistente, le spiegai che tutti i bambini hanno un padre e una madre, anche se le mamme non si sposano; che non può nascere un bambino senza una madre e anche un padre.
– E come nascono i bambini? Mi chiese.
– Beh, è una cosa difficile da spiegare, bisogna essere molto grandi per spiegarlo, potresti chiederlo a tua nonna, lei lo sa di sicuro.
– Anche tu sei grande, disse Alice.
– Sì, ma non abbastanza e poi anche per ascoltare bisogna essere grandi e tu sei ancora piccina. Posso solo dirti che ci vuole un papà e una mamma e che devono volersi molto bene. Il resto chiedilo a tua nonna. Le dissi cercando una scappatoia. Per fortuna, Alice non mi sembrava molto interessata al discorso e si mise a trotterellare verso casa.
Giulio quella sera mi chiese come andava. Non sapevo cosa rispondere; il mio affetto per Alice cresceva sempre più, e pensavo a Selina, a come sarebbe stato se… e i miei occhi si gonfiavano.
Giulio, era più di un amico per me, sapevo che mi voleva bene come a un figlio e che capiva il mio dolore come fosse il suo.
Avevo ventidue anni e, all’improvviso, era venuto il tempo per me di diventare grande.
– Vuoi che glielo dica io? Disse Giulio.
– Ma no, non mi sembra proprio il caso.
– Hai ragione, ho detto una fesseria, non c’è nessuna fretta, e poi davvero non saprei proprio come fare.
Cambiai discorso.
– Piuttosto Giulio, che mi dici di Livia? Come va?
– Fai il furbo adesso, rispose Giulio. Ma si capiva che aveva voglia di parlarne. Io l’ho amata molto, siamo cresciuti assieme, questa casa era di mio zio ed io d’estate venivo sempre qui. Lei però è cresciuta più velocemente di me e non si è nemmeno accorta delle mie emozioni.
– E sei ancora interessato a lei?
– Non pensavo che le nostre strade si sarebbero incontrate di nuovo, a dire il vero non mi sembra nemmeno la stessa strada. Eravamo due bambini e ciò che siamo adesso non ha nulla in comune con la nostra infanzia.
– E allora? Com’è adesso?
– Adesso è una donna. E non chiedermi cosa significa perché non saprei come dirtelo e non certo in due parole.
– Ma ti piace o no?
– Come fosse una torta? Rispose Giulio con un tono che dava a intendere quanto la domanda fosse mal posta. Posso dirti che sono molto sorpreso, e mi pare anche lei. In realtà è come se ci fossimo incontrati per la prima volta e sono molto curioso di conoscerla.
– Nient’altro?
– E ti pare poco? Per il momento è più di quanto potessi immaginare, e tu sai che l’immaginazione a me non manca. Sicuramente mi fa piacere che sia arrivata e soprattutto sapere che resta, tutto qua e non è poco, credimi. E poi è appena arrivata; di cosa credi che abbiamo parlato fino ad ora?
– Beh, posso immaginare.

Alice, che chiamava Livia “nonna” e Giulio “Giulio”, da un po’ di tempo non pronunciava il mio nome, anzi, evitava di rivolgersi a me direttamente. Un giorno la portai in macchina a fare un giro più lungo del solito, in un paese vicino e, al ritorno, ci fermammo su una collinetta a guardare il panorama.
Io e Selina andavamo spesso là, verso sera, a goderci il tramonto, e poi le luci della città che si accendevano gradualmente, e glielo dissi.
– Sai, Alice, io e tua mamma venivamo spesso su questa collina.
– E perché ?
– Beh, perché ci piaceva.
– Ma tu, gli volevi bene alla mia mamma? Disse Alice con un tono serio che mi colse di sorpresa.
– Oh, si! Tantissimo. Esclamai d’istinto, senza immaginare che quella domanda non era fatta a caso.
Per un istante era come se quel bene portasse Selina lì con noi, come se ci tenesse assieme.
A volte si pensa che i bambini siano troppo piccoli per capire, troppo spesso si sottovaluta la loro intelligenza e la loro capacità di riflettere e di intuire.
Alice, nel suo intimo, in silenzio, aveva messo insieme un po’ di cose ed era arrivata ad una conclusione:
– Ma, allora … allora sei tu il mio papà.
Non me l’aspettavo, ma la mia risposta fu altrettanto decisa e immediata.
– Sì, Alice, io sono il tuo papà.
Mi chinai e aprii le braccia; lei, a piccoli timidi passi si avvicinò a me, e non era possibile immaginare nemmeno vagamente cosa significasse per lei, o cosa sentisse in quel momento.
La strinsi a me con tutta la tenerezza che provavo, ed era davvero tanta, così tanta che rischiavo di soffocarla.



Inverno

 

Mentre eravamo a cena iniziò a nevicare.
– Guardate come viene forte, forse dovrei andarmene prima di restare bloccato.
– No! Non andare papà, disse Alice con la voce spaventata. Si ricordava di una volta che eravamo stati a Rozzano e al ritorno, causa neve, eravamo finiti fuori strada. E gli altri due seguirono in coro.
– Ma no, aspetta, disse Livia.
– Puoi sempre dormire qui, aggiunse Giulio, vado ad accendere nella tua stanza.
Quella premura nei miei confronti mi fece tenerezza, mi volevano bene, e questo contribuì a rinforzare la fiducia in me stesso che la storia con Letizia aveva messo a dura prova.
Quella piccola corte era davvero molto bella; su tre lati c’erano le case e un alto muro chiudeva il cortile.
Sul lato principale c’erano le case di Livia e di Giulio, pressoché identiche e simmetriche l’una all’altra; con l’ingresso principale in comune e separate dalla scala, anch’essa comune, che dalle cucine al piano terra portava alle camere da letto. Sui lati minori, oltre all’abitazione che era stata di Agnese, c’era il granaio, il forno, un portico ed altri servizi. L’unico problema era il riscaldamento; a quei tempi era normale per molte abitazioni non avere il riscaldamento. Non era un caso se la maggior parte del tempo si passava in cucina: lì c’era la stufa, che serviva soprattutto per cuocere i cibi, ma faceva anche un bel caldo, e poi c’era il camino.
Di neve ne cadde molta, e passammo la serata a goderci il fuoco e a guardare dalle finestre i fiocchi che scendevano fino a imbiancare tutto: il giardino, il gelso, il fico, il muro di cinta, i prati verso il fiume e più in fondo i pioppi e le antiche querce.
Il gatto faceva le fusa ai piedi di Alice e il fuoco, di legna buona, sembrava felice di tenerci al caldo e di farci compagnia. La fiamma era alta e orgogliosa di essere il centro della nostra attenzione: lo diceva con un allegro e costante brontolio punteggiato da piccoli scoppi e onde lievi di profumo. Alice si raggomitolò sulle mie ginocchia e prima che se ne accorgesse, fu rapita dal sonno che è sempre così gentile e generoso con i bambini. Ne approfittai anch’io, mi alzai dalla poltrona con Alice abbandonata sulla spalla e la tenni a dormire con me. A lei piaceva molto, anche a me, sebbene avessi sempre paura di schiacciarla e mi trovassi spesso i suoi piedini in bocca. Ma era bello tenerla vicino e vederla dormire così profondamente.
Mi svegliai presto. Si sentiva provenire da fuori il rumore soffocato di una pala: era Giulio che scavava un sentiero per arrivare alla legnaia. La neve attutiva i rumori; c’era un silenzio ovattato e un senso di pace. Scesi in cucina. La stufa era già accesa e la caffettiera pronta; l’appoggiai sul cerchio centrale e mi allungai sulla poltrona, in attesa di sentirla gorgogliare, pregustando il profumo che tra un po’ sarebbe arrivato. Il caffè non mi piaceva molto, e poi non mi faceva dormire, ma il profumo era una delizia cui non volevo rinunciare.
Aveva smesso di nevicare, ma il cielo era ancora chiuso e filtrava poca luce. Sentii Giulio arrivare, la porta che si apriva e una piccola brezza che sgattaiolava dentro.
– Oh, sei qui? Hai dormito bene?
– Figurati, con i piedi di Alice in bocca. A proposito, a che ora vengono a pulire le strade?
– Non so.
– Speriamo che vengano presto, mica è domenica, io devo andare al lavoro.
– Con questa tormenta? Oggi non ci andrà nessuno, tornatene a letto.
– Figurati se non vado. Non hai idea della voglia che ho di chiudermi in quell’ufficio a disegnare ingranaggi, non ne posso più, per cui ti prego: lascia perdere che potrei prenderti in parola.
– Ascolta Aldo, ti faccio una proposta, prenditi un’aspettativa e finisci il tuo libro.
– Un’aspettativa? Magari, mica te la danno sai? Non sono un dipendente statale.
– Va bene, allora licenziati!
– Una buona idea, e nel frattempo con cosa campo?
– C’è un editore interessato al tuo libro, ed è disposto a darti un anticipo.
– Dici sul serio? Stavo per credergli, ma era troppo bello per essere vero. Ti prego, Giulio, non scherzare.
– E ti pare che potrei scherzare su una cosa simile? E poi fai un po’ di conti; potresti stare qui, hai la tua stanza, mi aiuti con la tipografia e qualcosa guadagni, e non è che ti serve poi molto.
– E la mia casa? Devo pagare l’affitto.
– Ma non c’era un tuo amico che cercava casa?
Non era una brutta idea, la mia casa era grande e avevo spesso degli ospiti; in quel periodo c’era un amico tedesco che stava con una ragazza italiana, e cercavano una casa per viverci insieme: avremmo diviso l’affitto, anzi, loro avrebbero pagato due terzi e a me sarebbe restato davvero una piccola quota. Inoltre sarebbero venuti raramente, lui aveva molti impegni in Germania, e lei, quando lui non c’era, stava a Modena dove studiava e aveva la famiglia.
La proposta di Giulio era allettante: mi avrebbe permesso di scrivere, stare con Alice, e avere finalmente tutto il tempo a disposizione. Potevo tenermi la mia casa e nello stesso tempo potevo stare a Currada ogni volta che volevo. Ma era vera la storia dell’editore? O Giulio voleva farmi un regalo? Provai ad indagare.
– Ascolta bene, Aldo, anch’io sono un editore, o no? Preferirei te lo pubblicassero loro, che sono grossi, ma se non lo fanno lo faccio io. Non credere che i bravi autori spuntino come funghi, e il tuo romanzo promette bene. Insomma, Aldo, non credi che dovresti essere tu il primo a crederci? Ascoltami bene: nella vita possono capitarti cose belle e cose brutte, le brutte non le puoi rifiutare, se ti rompi una gamba non puoi dire “no grazie, torni più tardi”, se vinci alla lotteria potresti anche buttare via il biglietto; tu vuoi buttare via il biglietto?
No! Non volevo buttare via il biglietto, solo che non mi ricordavo di averlo comprato. Capii che Giulio lo aveva comprato per me, che voleva aiutarmi, e sapevo che lo faceva con tutto il cuore. Potevo rifiutare?

Passai la mattinata a spalare neve con Giulio e Alice, che disturbata dal gatto, cercava di aiutarci. Andai a lavorare nel pomeriggio, le strade erano quasi pulite ma per sicurezza montai le catene e feci bene. Lungo il tragitto trovai diverse macchine fuori strada e pochissimo traffico.
Tutto era rallentato, meno che i pensieri nella mia testa. Cosa dire? Cosa fare? Mille pensieri, mille progetti, ma ero felice, e se Giulio voleva farmi un regalo avrei trovato il modo di ricompensarlo.
Pensai a mio padre, forse non avrebbe capito e si sarebbe preoccupato; il mestiere di scrittore non c’è nella sua lista. Tipografo? Nemmeno, ma sarebbe stato più semplice da spiegare.
Arrivai in ufficio con qualche minuto di ritardo, incontrai il titolare che fece finta di non vedermi. Era un uomo anziano che aveva dedicato tutta la sua vita al lavoro e, fingere di non vedermi, era il suo modo per esprimere il dissenso. Dopo un po’ bussai alla sua porta. Mi guardò serio.
– Perché non è venuto stamattina? Mi chiamava per nome ma mi dava del lei. E non poteva telefonare?
Non immaginava nemmeno quello che stavo per dirgli e un po’ mi dispiaceva, mi sentivo a disagio ed ebbi quasi un ripensamento. Ma ormai era tutto deciso.
– Guardi, devo dirle che ho avuto una proposta e pensavo di accettarla.
– Mi fa piacere per lei. Era una risposta automatica. Mi accorsi di avergli dato un dolore. E si fece ancora più serio poi, sforzandosi di imitare un tono disteso, quasi scherzoso, disse:
– Mica andrà dalla concorrenza, vero?
– Oh, no! Mi sentii meglio; gli avevo dato una brutta notizia ma adesso ne avevo una bella e potevo rassicurarlo: nessuna concorrenza, e prima ancora di accorgermene, aggiunsi:
– Vado a lavorare in una tipografia.
– Una tipografia? Rispose con stupore, più o meno come se avessi detto che andavo sulla luna.
Che potevo dire? Vado a fare lo scrittore? Mamma mia, lasciamo perdere.
– Sì. Una piccola tipografia, dovrei occuparmi un po’ di tutto e la cosa mi piace molto.
Forse pensò che ero strano, ma non sarebbe stata la prima volta che lo pensava, fatto sta che non mostrò alcuna curiosità di approfondire. Mi sentii sollevato, il più era fatto.
– Ma lo sa vero che deve darci il preavviso di un mese?
– Sì, non si preoccupi, anche di più se le serve, le darò tutto il tempo di trovare un altro.
Seppi che c’era rimasto male o almeno quello faceva intendere: “aveva investito su di me, mi aveva insegnato un mestiere, e io adesso me ne andavo”.
Mi dissero che una volta, raccontando il fatto a un cliente, s’era persino messo a piangere. Inscenare piccole tragedie era nel suo stile ma, a parte quello, non era una cattiva persona.
Mi ricordo di una volta che lo accompagnai da un cliente importante e durante il pranzo, mentre eravamo soli, gli si ruppe la dentiera.
– Guardi, mi disse tenendola in mano e con gli occhi lucidi, come un bambino cui era caduto il gelato. Io stavo mangiando, e anche con gusto, ma persi di colpo l’appetito. Lui, avvolse i pezzi in un fazzoletto e se la mise in tasca. Dal dispiacere non parlò più, disse soltanto “proprio adesso!”
In effetti, dovemmo annullare l’appuntamento, non poteva certo presentarsi senza denti. Ammetto che la situazione, per quanto apparentemente buffa, aveva un suo aspetto tragico e un po’ mi dispiacque sinceramente.

Quella sera, io e Giulio, per festeggiare, la passammo in osteria. L’Osteria di Currada era meravigliosa: al centro della stanza c’era una stufa a legna con un lungo tubo che l’attraversava tutta e la riscaldava. Le serate migliori erano quelle in cui nevicava e in quell’inverno le nevicate furono davvero abbondanti. Spesso facevamo il percorso casa-osteria a piedi, un po’ perché usare l’auto era pericoloso, ma soprattutto perché camminare sotto la neve ci piaceva.
Giulio era conosciuto da tutti e quando entravamo noi, il brusio di fondo, per un attimo, si quietava: era come se ci aspettassero. Il nostro arrivo era sempre un evento perché se l’osteria era il centro del mondo, noi eravamo il centro dell’osteria.
In un angolo, vicino alla finestra che guardava verso il fiume, c’era il nostro tavolo preferito e l’oste, appena ci vedeva arrivare, l’occupava con una bottiglia di vino e i bicchieri.
Appena seduti, l’oste portava le carte e subito l’attenzione si spostava verso noi; i primi ad avvicinarsi erano gli sfidanti, si sedevano nei loro posti e dopo un breve rituale saluto, in silenzio si cominciava a giocare. Poi, lentamente, si formava intorno al tavolo un crocchio di spettatori, intenti ad osservare ma non solo. Giulio, in quel luogo non era riconosciuto come poeta ma come straordinario giocatore di scopa e tutti erano impazienti di sfidarlo.
Lui era il protagonista e io seguivo le sue mosse. Già le mosse; si dice che scopa, o scopone, sia un gioco inventato da quattro muti giacché, quando si gioca, non si può assolutamente parlare e l’abilità consiste nel comunicare col compagno tramite i segni.
Ma Giulio ed io, non avevamo bisogno di segni per capirci, e nonostante il crocchio che circondava il tavolo fosse intento a spiarci per comprendere i nostri segreti, nessuno mai ci capiva niente. Eppure, già al terzo giro, sapevamo delle nostre carte, l’uno dell’altro, quanto bastava. Come facevamo? Beh! Non posso certo rivelare un segreto tanto prezioso.
Giulio, finché durava il gioco, cercava di limitarsi nel bere. Finché durava il gioco, perché dopo niente e nessuno lo tratteneva.
Spesso io ero tentato di scambiare il mio bicchiere pieno col suo vuoto, non tanto per fargli un favore, quanto per togliermi d’impaccio. Se per lui un bicchiere in più era ben poca cosa, per me era più che sufficiente per intorpidirmi, ed era un bel dilemma: se non bevevo tutti mi guardavano con sospetto: come dire” se vai all’osteria bevi, se no stai casa” ma se bevevo mi offuscavo, e se mi offuscavo, rischiavo di sbagliare carta. E se sbagliavo? Dio me ne guardi e liberi! Giulio, che non sopportava di perdere, iniziava a inveire e a dirmene di tutti i colori e, come se non bastasse, aveva il plauso di tutta l’adunanza. Perché lì nessuno perdona, e se sbagli quel che ti viene ti arriva subito.
Lo sforzo più grande, comunque, era riaccompagnarlo a casa, dondolando qua e là e cantando per tenerlo sveglio.
E se era difficile riportarlo da vincitore, non osavo immaginare come poteva essere da perdente: una inenarrabile tragedia, che per fortuna non andò mai in scena.
Com’era lunga la strada del ritorno, in quelle notti scure dove la luce fioca di una piccola torcia tentava di tracciarci il cammino! L’unica cosa che appariva, come piccoli fantasmi danzanti, erano i fiocchi di neve che fitti e gioiosi s’adagiavano sulla via e sulle nostre teste.
A casa ci attendeva il camino che, per fortuna, era rimasto acceso, e io buttavo dei ceppi per rifare la vampa.
Era così piacevole che me ne ricordo ancora: appendevamo i vestiti fradici a una sedia per farli asciugare e stavamo lì seminudi in silenzio, a riscaldarci al fuoco. Anche il gatto si svegliava e ci girava attorno a far le fusa.

Il giorno dopo mi svegliai presto ed ero davvero felice. Lavorare in tipografia mi piaceva molto. Si partiva da niente e alla fine c’era un libro: risme di carta bianca si trasformavano in risme di carta stampata, mancava solo la rilegatura. Ma potevamo rilegarne una copia manualmente, si piegavano i fogli, si mettevano insieme e si richiudevano dentro alla copertina. Era un’operazione indispensabile, serviva come prova che tutto era messo per il verso giusto e come campione per la legatoria. Ma anche se non fosse stato indispensabile, niente e nessuno ci avrebbe impedito di farcene qualche copia. Il piacere di averne una in mano finita ci spingeva, a volte, a lavorare fino a notte fonda.
E non era un’impresa facile, soprattutto con quella “macchinetta” poco più di un ciclostile; anche se aveva tutti i crismi di una vera macchina litografica e il procedimento era quello usato in litografia.
Giulio batteva il testo su pellicola, e quello era il suo compito. Poi si faceva il montaggio dei testi, poi veniva impressa la lastra con un procedimento chimico. Ed era la lastra che, montata su un rullo, prendeva l’inchiostro e lo trasferiva a un altro rullo e questo alla carta. Il problema più grosso era l’alimentazione della carta. Quando i fogli iniziavano a incepparsi, noi iniziavamo a fare raccomandazioni a tutti i santi che ci capitavano a tiro, ma pare che i santi non fossero molto a conoscenza di quella tecnologia, forse per loro era troppo “moderna”. Poteva capitare che andasse tutto bene fino all’ultima risma. I rulli battevano a ritmo costante come un cavallo al galoppo e noi si tratteneva il fiato pregustando l’arrivo dell’ultimo foglio, e poi “trac” un colpo secco e strascicato rompeva il ritmo e anche l’allegria. La carta: era quasi sempre colpa della carta.
Quante volte nella mia fantasia ho visto arrivare una bella stampatrice nuova fiammante, ma chi li aveva i soldi? Con le nostre tirature, poi, quanti anni sarebbero serviti per ammortizzarla?
Pazienza; un colpo di qui e uno di là. Giulio era convinto che fossero i miei studi tecnici a compiere il miracolo, il mio diploma di “perito meccanico” e io ho onestamente tentato, una volta, di far sorgere in lui un minimo dubbio, ma lui era così convinto della mia scienza che alla fine gli ho creduto anch’io.
In verità, il più delle volte a compiere il miracolo, quando il miracolo si compiva, era la fortuna. Io mi limitavo a dare un colpo qui e un colpo là, a fare e disfare: tirar fuori il carrello, togliere la carta, smazzolare la carta, girarla e rigirala, e rimetterla dentro. Quale sarebbe stato il colpetto giusto o la giusta girata era un mistero e tale è restato. Certo una cosa io l’avevo che a Giulio, in quei frangenti, mancava: la pazienza. Non dico che a Giulio mancasse la virtù della pazienza, anzi, nel contesto umano, Giulio era pazientissimo. Il suo problema erano le macchine: tutto quello che era meccanico per Giulio era incomprensibile, fuori dal mondo. L’unica cosa con cui aveva creato un minimo di confidenza era la macchina da scrivere, anche se preferiva scrivere a mano.
Quando, esasperato, decise di prendere la patente, dovette ripetere l’esame di guida diverse volte e quando alla fine decisero che bastava, lui promise comunque a se stesso, solennemente, e mantenne l’impegno, di guidare un’ automobile solo in caso di assoluta necessità.
Tornando alla carta inceppata, non sempre la mia arte bastava e nemmeno la pazienza. Una volta chiamammo un tecnico, ma fummo costretti a osservare che a parte un’ampollina d’olio, usava la mia stessa strategia e, vista la sua tariffa, decidemmo che eravamo autosufficienti. Quando la faccenda dei colpetti qua e là tirava per le lunghe, decidevamo che la “poveretta” era stanca. Non ci restava a quel punto che l’unica, estrema strategia: andarcene al bar. Si beveva un bicchiere, Giulio più di uno, e si giocava a bigliardo. C’era infatti, in una sala a parte, un vecchio bigliardo, vecchio più o meno come la nostra macchinetta, ma meno complicato, e sebbene un pochino storto, non poteva certo rifiutarsi di funzionare. Era un modo come un altro per rilassarci e, chissà perché, tornando poi alla tipografia, anche la nostra macchinetta era diventata più distesa, e girava la carta con la stessa delicatezza con cui un vento leggero sventola sul pennone una bandiera.

Relazioni quasi perfette

 

 

 

Oramai ero quasi sempre a Currada e ne ero molto contento, non solo per Alice, ma anche per me stesso.

Giulio era un cuoco eccezionale, sapeva fare di tutto con creatività e fantasia, anche se, per far piacere a Livia, ultimamente dava la preferenza alla cucina vegetariana.

Livia mi piaceva molto: era profonda, accogliente, disponibile. Sapeva ascoltare come pochi, e Dio solo sa quanto io avessi bisogno di essere ascoltato in quel periodo.

Quel pomeriggio Giulio portò Alice con sé, e io restai con Livia a chiacchierare. Gli raccontai di Letizia, di come sentissi ancora la sua mancanza benché fossero passati ormai diversi mesi dall’ultima volta che l’avevo vista.

   – Se tornasse? Come ti sentiresti adesso? Chiese lei.

   – Non so: a volte mi manca, tuttavia devo ammettere che diverse volte è tornata, ma è stato inutile. E’ come se non mi bastasse, sono capace di innamorarmi della prima che passa: uno sguardo, un sorriso, i capelli, basta poco e qualcosa mi porta via.

Dicevo queste cose a Livia e le dicevo a me stesso. Mi sentivo fragile, incapace di essere e di stare, una bandiera al vento. Davvero amavo Letizia? O, semplicemente, la volevo come un bambino vuole un giocattolo?

   – Ascoltami, Aldo, non giudicarti troppo duramente. Tu sei come sei, e va bene così, prova ad accettarti, a rispettarti. Non sei capace di amare? Può darsi, ma anche se fosse, non è una colpa, non devi fartene una colpa. L’unica cosa che mi sento di dirti è: cerca di non fare del male volontariamente agli altri, ma nemmeno a te stesso. Ora come ora può darsi che tu non sia pronto per un legame forte, o forse Letizia non è la persona giusta.

   – A me sembra perfetta, dissi io, mi piace tutto di lei, non riesco a vederle nessun difetto, ed è proprio questo il problema.

   – Aldo, io ho visto Letizia un paio di volte e non posso certo esprimere un giudizio, ma anche se fosse perfetta non significa che sia giusta per te. Anche il padre di Selina è perfetto, ma io adesso sto meglio con Giulio che come ben sai è stracolmo di difetti!

E scoppiammo a ridere affettuosamente. Il sorriso di Livia era rasserenante, avvolgente, e io mi sentii meglio.

   – Giulio ed io ci siamo conosciuti da ragazzini, io avevo quindici anni l’ultima volta che l’ho visto e lui poco più. E lo sapevo che era innamorato di me, anche se lui pensa che non me ne fossi accorta. Lui è trasparente e tu gli assomigli molto, forse per questo siete così amici. Ma io all’epoca avevo altro per la testa e tutto si è limitato all’amicizia che è continuata. Lui mi ha sempre mandato i suoi libri e anche la rivista e sapevo che era qui.

   – Sei tornata per lui?

   – No. Sono tornata soprattutto per mia madre e per me. E questo Giulio, ha ben poco a che vedere con quello che avevo conosciuto,  del resto anch’io non sono la stessa di allora. Quello che c’è ora tra noi è venuto da sé, senza cercare, senza forzare, io non ci pensavo e credo nemmeno lui.

L’ascoltavo in silenzio, le sue parole avevano su di me lo stesso effetto di una carezza, di un abbraccio morbido.

   – Dimmi Aldo, cos’è che ti spaventa ?

Mi fermai a pensare: cos’è che più mi spaventa. Ero terrorizzato dall’idea che Letizia andasse con un altro, era un pensiero insopportabile, mi creava una sofferenza inaudita, una sofferenza che doveva avere radici profonde e inaccessibili.

In particolare, quel Fabrizio, per esempio, il suo vecchio fidanzato: l’idea che tornasse con lui era una vera ossessione, a dire il vero a volte Letizia me ne parlava, avevo persino pensato che lo facesse apposta. Se mi sentiva un po’ lontano, “appariva Fabrizio”: che lo aveva incontrato per caso, che le aveva telefonato. Naturalmente lei mi rassicurava, era solo un amico, anzi nemmeno. D’altra parte anch’io, a volte, le parlavo di Selina: che follia!

Guardai Livia, quella sua domanda così precisa, diretta, mi spingeva a riflettere.

   – Ho paura di perderla, le dissi. Per sempre. E’ questa idea del “per sempre” che mi toglie l’aria. Come se qualcosa morisse dentro di me.

   – Capisco, disse lei, e si fermò un attimo. Non hai mai pensato che prima o poi dovremo perdere tutto?

Livia mi guardava attenta, s’era accorta che io non mi aspettavo una domanda così categorica. Tuttavia, aveva colto nel segno.

   – Sì, ci penso; quando sono solo e la casa è vuota, ci penso.

E’ come se il non senso della morte, togliesse il senso della vita.

Tempo fa ho scritto una poesia su questo argomento.

   – Perché non me la leggi?

   – E’ corta, te la posso dire a memoria.

 

 

 

Accendono fuochi a mezza costa

e ruba un giorno il sole

al freddo di dicembre.

Io rubo un’ora o forse un attimo soltanto.

Non rubo nulla e nulla mi appartiene.

 

Non so se il buio delle morte farà luce

al buio della vita.

 

 

 

   – E’ bellissima Aldo, è proprio così, “nulla ci appartiene” ma se nulla ci appartiene significa anche che non abbiamo nulla da perdere, non credi?

E come potevo dire di no, l’avevo detto io per primo. Eppure …

 – Non so Livia, ho scritto questa poesia nel dicembre scorso: guardavo due contadini che ammucchiavano sterpaglia e la bruciavano. Era una giornata fredda ma luminosa, di pieno sole, e mi pareva che loro si godessero quel sole e così, anch’io, e per un attimo mi sono sentito immerso in qualcosa che andava oltre, oltre me stesso.

Livia sorrise dolcemente, un sorriso di assenso, come se dicesse “sì, ti capisco”.

Restammo in silenzio, io non sapevo cosa dire e forse Livia non voleva aggiungere altro, e dopo un po’ cambiò discorso.

 

   – Senti, Aldo, prima che te ne vada ci sarebbe un’altra cosa di cui ti devo parlare. Adesso però facciamoci un tè.

   – C’entra Selina? Chiesi, insospettito dal tono della sua voce.

   – Sì. C’entra Selina.

   – Allora forse è meglio se mi faccio un bicchiere di lambrusco. Quando ci risedemmo Livia mi disse che Selina stava arrivando, era già in volo.

   – Cosa?  E non potevi dirmelo prima?

   – Credimi, l’ho saputo due giorni fa e non volevo dirtelo per telefono.

   – E che viene a fare, mica si prende Alice vero?

   – No, Aldo, non ci pensare. Io e Selina ne abbiamo parlato e sappiamo bene che prima di tutto viene Alice. Lei vuole il bene di Alice, esattamente come noi. Vuole solo vederla e questo si può capire, anch’io ho voglia di riabbracciare mia figlia dopo anni che non la vedo. Inoltre, è molto dispiaciuta per sua nonna, sapeva che era malata ma nessuno si aspettava morisse così improvvisamente, e sperava di rivederla, invece non ha nemmeno avuto il tempo di venire al funerale.

Livia era un po’ turbata, tuttavia continuò.

   – C’è un’altra cosa; Selina sta con un ragazzo e pare che lui voglia sposarla.

   – Viene anche lui? Chiesi, come se la cosa non mi toccasse.

   – No. Vengono in Italia insieme, ma lui si ferma a Roma. I suoi genitori stanno là.

Sentimmo la macchina di Giulio arrivare e, poco dopo, Alice aprì la porta correndo.

Mi vide e corse verso di me, come se avesse capito quanto avevo bisogno di abbracciarla. Era sabato sera e così le chiesi se voleva venire a casa con me.

   – Sì, papà.

E sentirsi chiamare papà fu molto bello.